Centro Studi
Hansel e Gretel
Corso Roma 8
10024 Moncalieri (TO)
tel e fax 0116405537
e mail
![]()
•chi siamo
•formazione
•scuola
•interventi
•psicologia-psicoterapia
•maltrattamento
•pubblicazioni
•movimento infanzia
•contatti
•archivio
•bibliografia
![]()
SIE
srl
gruppo
per l'informazione
e l'editoria
del
centro studi
Hansel e Gretel
PSICOLOGIA-PSICOTERAPIA
I modelli teorico-clinici e i sentimenti:
psicologia psicoanalitica del Sé
di Paolo Roccato
Attualmente, in molti filoni della psicoanalisi è in atto un grande cambiamento, una grande svolta. Infatti, nell’elaborazione delle teorie sul funzionamento e sullo sviluppo della mente, sulla natura e sullo sviluppo della patologia mentale, e, conseguentemente, sulla tecnica psicoanalitica e psicoterapica, la psicoanalisi deve accordarsi con i dati che riguardano il funzionamento del sistema emotivo.
L’emozione non è una “carica energetica” (prodotta dalla spinta pulsionale) che esige di essere scaricata a tutti i costi e che, per questo fine, attiva la mente, legandosi alle rappresentazioni e innescando i processi psichici e relazionali, come pretendeva la paleopsicoanalisi.
Ma l’emozione non è neppure un evento insensato, quasi-biologico, attivato da cieche spinte pulsionali endogene, che, per acquisire significato, debba essere trasformato in pensiero, “bonificato” dalla rêverie di un altro essere umano che provveda ad una “donazione di senso”, come vorrebbero le, più recenti, teorie bioniane.
Al contrario, l’emozione è, fin dalla nascita, fin dalle primissime esperienze di vita, sensata, sensatissima. Anzi: gli aspetti emozionali dell’esperienza sono il principale vettore per la strutturazione prima, e per la ristrutturazione poi, del Sé, delle immagini mentali del mondo e dei modelli relazionali possibili.
Il sistema cognitivo delle emozioni (all’interno del quale si attiva e si sviluppa l’intelligenza emotiva) non dice nulla di come la realtà è in se stessa costituita, ma è specificamente deputato a strutturare la conoscenza di che cosa quella realtà concreta con cui vengo in contatto comporta o può comportare per me.
L’emozione spavento, per esempio, che avverto quando sento un frusciare dietro un cespuglio, mi dice: “Attenzione! Realtà pericolosa!”, così che io mi disponga immediatamente in modo adeguato ad affrontare l’eventuale pericolo. E questo, già prima che io abbia potuto capire di che realtà si tratti. Subitaneamente, quasi in automatico, per l’attivazione del sistema emotivo, mi dispongo a scappare o a difendermi o a controaggredire o a immobilizzarmi per mimetizzarmi; e poi, solo dopo un certo tempo, percepisco, attraverso l’attivazione del più lento sistema cognitivo propriamente detto, che si tratta, poniamo, di un cinghiale in esplorazione. L’emozione non mi dice nulla su come è fatto quel cinghiale, sulla sua anatomia, la sua fisiologia, le sue abitudini, la sua etologia; ma mi segnala con estrema perentorietà che cosa esso rappresenta o può rappresentare per me in quel momento: “Pericolo!”.
Il sistema cognitivo delle emozioni è specificamente deputato alla cognizione degli aspetti relazionali, soprattutto con me, dell’esperienza. Struttura conoscenza, prevalentemente riferita al soggetto, dei significati del mondo. Conoscenza soggettiva, relazionale, egocentrica, su questioni vitali: buono, cattivo, appetibile, repellente, desiderabile, pericoloso…
Innumerevoli e inequivocabili sono le prove, cliniche, osservative e sperimentali, che dimostrano che fin dai primissimi momenti dalla nascita il bambino è interattivo con l’ambiente, soprattutto umano, che lo circonda. È capace, cioè, di mettersi in rapporto mentale, oltre che corporeo, con le persone che si prendono cura di lui, cercando attivamente lo stimolo, rispondendo alle attivazioni altrui, e cercando, a propria volta, di suscitare risposte da parte degli altri. La giornata di un neonato è fittissimamente intessuta di scambi interazionali: ormonali, motori, percettivi, cognitivi ed emotivi, oltre che alimentari ed escretori. Basti pensare che un’attivazione dell’ambiente è da lui percepita come correlata ad una sua propria precedente attivazione solo se arriva entro tre secondi, altrimenti è sentita come non correlata, e quindi non come una risposta, ma come una nuova proposta relazionale. Per esempio: se il neonato fa una pernacchia con le bolle di saliva, e la mamma fa a sua volta un verso in qualche modo intonato alla pernacchia, il bambino lo sente come una risposta alla sua propria pernacchia solo se arriva entro tre secondi; altrimenti, struttura la percezione del verso della mamma come una nuova proposta relazionale, cui eventualmente rispondere, innescando una nuova unità interazionale.
In questo fittissimo tessuto di interazioni, nelle quali tutta la sua mente intera è impegnata, il bambino compie sistematicamente tre processi fra loro strettamente interconnessi: 1) struttura, nella propria mente, per così dire, “mappe mentali” di sé; e contemporaneamente, 2) struttura “mappe mentali” dell’ambiente, soprattutto umano e soprattutto animato, con cui è interattivo; e, nello stesso momento, 3) struttura “mappe mentali” delle interazioni relazionali e delle relazioni che va sperimentando e co-costruendo insieme con i partner relazionali. Si tratta, beninteso, di “mappe” non statiche, non “morte”, ma vive, dinamiche, in movimento. Più “filmati” che non “fotografie”, più “ipertesti” che non semplici “appunti” di viaggio.
Va ribadito: non esiste, non è possibile nessuna percezione della realtà esterna senza che vi sia, contemporaneamente, da un lato una corrispondente percezione di sé (quanto meno di quel se stesso che, in quell’episodio di vita, è impegnato nella percezione di quella realtà), e dall’altro lato una percezione della relazione e delle qualità relazionali attivate in quel medesimo episodio.
L’insieme integrato delle “mappe mentali” riguardanti se stesso costituisce il Sé.
L’insieme integrato delle “mappe mentali” riguardanti la realtà costituisce l’immagine mentale del mondo, nella quale massimo rilievo hanno le componenti umane e animate di esso.
L’insieme integrato delle “mappe mentali” riguardanti le interazioni relazionali e le relazioni costituisce la relazionalità globale interiorizzata: una specie di “archivio”, di repertorio (strutturato sulla base della propria esperienza) dei vari tipi di relazione possibili, che si arricchirà sempre più nel corso della vita con l’espandersi e il differenziarsi delle esperienze, e che rimarrà continuativamente disponibile e attivabile nella mente. Tale “archivio” permetterà sia 1) il riconoscimento dei vari tipi di relazione quando si ripresenteranno e si realizzeranno nel corso della vita, sia 2) l’attivazione di specifiche modalità relazionali secondo i propri desideri, sia 3) l’evitamento di altri tipi di modalità relazionali che, per esperienza, si sono già rivelati come sgraditi. Sarà attingendo da questo repertorio che il soggetto strutturerà le proprie previsioni e aspettative relazionali nelle varie situazioni di vita.
Credo che a questo punto appaia chiaro come il transfert stesso è costituito dalle aspettative che il soggetto sviluppa sulla base della propria relazionalità globale interiorizzata. Quando, nel fluire della vita, percepisce nell’ambiente qualche cosa che assomiglia a un qualche elemento già conosciuto del mondo, o della corrispondente relazione già vissuta con quell’elemento del mondo, o degli aspetti del Sé già in quella relazione attivati, il soggetto tenderà ad aspettarsi qualcosa di molto simile a ciò che già gli è capitato di vivere. Tenderà, così, ad adottare i provvedimenti che per esperienza ritiene i più idonei a fronteggiare una situazione che gli appare corrispondente ad una situazione già direttamente conosciuta, in quanto già vissuta. E se allora c’era stato dolore, tenderà ad aspettarsi anche ora dolore; e se ci fu umiliazione, si aspetterà umiliazione; e se fu piacere, si aspetterà piacere. E così per ogni esperienza emotiva, temuta o desiderata: incertezza, angoscia, allarme, terrore, pacificazione, soddisfazione, quiete, rovello, colpa, rimorso, curiosità, tenerezza, disperazione, gioia…
L’insieme integrato delle tre “mappe mentali” fondamentali (“Sé”, “Mondo” e “Relazionalità globale interiorizzata”) costituisce la base della Weltanschauung, della “visione del mondo” specifica di quel soggetto; ma costituisce anche una specie di vademecum di quel che può succedere in lui, nel mondo e nei rapporti fra lui e il mondo, nonché di quello che l’esperienza suggerisce come più adeguato per farvi fronte.
La sostanza del discorso è che il bambino (e poi il ragazzo, l’adolescente, il giovane, l’adulto, l’anziano, il vecchio…), fin dall’inizio e per tutta la vita, vivendo, impara a vivere. Apprende dall’esperienza. E conserva memoria delle cose più rilevanti della propria esperienza, per orientarsi nella vita. Le cose più rilevanti, i veri organizzatori dell’esperienza, del Sé, del “Mondo”, della “Relazionalità” e delle aspettative sono le valenze emotive correlate con le specifiche qualità delle relazioni. Nell’organizzazione mentale dell’esperienza attuale momento per momento, quella che più viene attivata e che va a riverberarsi nella totalità della mente con funzioni eminentemente predittive è la memoria emotiva: la più forte delle memorie, la più persistente, la più preziosa per la sopravvivenza e per il benessere del soggetto, la più tenace nel segnalare pericoli e necessità di protezione da essi.
Facciamo un esempio concreto, forse troppo semplice, ma che può aiutarci a chiarire.
Un lattante piange e si dispera. La nonna non sa che fare. Le ha già provate tutte, ma nessuna sembra funzionare: il bébé non ha fame, perché rifiuta il biberon; non ha sonno, perché rifiuta l’essere cullato; non ha irritazione da pannolino bagnato o sporco; non ha mal di pancia; non ha guai riconoscibili… Ma è sempre più disperato. La nonna si propone e si ripropone sempre più agitata, sempre più tesa e sempre più attiva e sempre più attivante. Non sapendo a che santo votarsi, al limite della disperazione, la nonna prende un sonaglio colorato, e lo scuote rumorosamente davanti alla faccia del bambino, attirando con forza la sua attenzione: “Trin trin! Trin trin!”, e lo chiama freneticamente per nome, con una vocina acuta bambineggiante e con la faccia tirata in un irrigidito sorriso esagerato, nel tentativo di distrarlo dal suo pianto. Stupito, il bambino si ferma un momento, come interdetto, per capire che cosa stia succedendo. Incuriosito, guarda il sonaglio, guarda la nonna, annaspa nel vuoto, e, dopo un istante di sospensione, scoppia di nuovo a piangere, più disperato di prima. Finalmente, a quel punto, arriva la mamma, che, parlandogli con tonalità bassa della voce e facendogli inavvertitamente scudo con la schiena rivolta verso la nonna, lo prende in braccio, lo contiene con tenero vigore fra il cavo del gomito, l’avambraccio, il seno e il collo, mentre gli fa una leggera pressione continua con l’altra mano sul torace, come a raccoglierlo tutto. Si vede ben presto che adesso il bambino avverte il contatto, alla realizzazione del quale ha sentito di avere avuto tempo e modo di contribuire; percepisce di essere percepito, e sente la presenza come una cosa rassicurante, da lui percepita sul piano sensoriale (odore, calore, tatto, pressione; ma anche stabilizzazione e continuità), sul piano emotivo e su quello cognitivo. E così il bambino, dopo un paio di respiri interrotti da residui singhiozzi, si rilassa e si acquieta.
Che cosa è accaduto?
Moltissime cose sono accadute.
Per quel che qui interessa, possiamo vedere che quel bambino ha vissuto un episodio di vita nel quale ha sperimentato se stesso disperato, in rapporto con una persona, la nonna, che attivava risposte sempre più ansiose e angosciate, incapaci di alleviargli la disperazione, fino al punto in cui si è sentito proporre l’attivazione di una eccitazione per affrontare il dolore e la disperazione. La sequenza potrebbe essere descritta così (con troppe parole e con modi di pensiero troppo da adulti. Nel bambino le cose sono molto più immediate, molto più dirette, così come sono dirette e immediate le cose per gli aspetti di base di tutti noi): c’è un me stesso che può essere disperato in un modo tale per cui nessuno lo può consolare o aiutare. Quando si attiva quel tipo di disperazione, sono nei guai. Guai seri. Chi sta con me e si trova di fronte a quel tipo di disperazione, infatti, va a finire che perde la testa, come ha fatto la nonna che è diventata ansiosa e non ne ha azzeccata una, fino al punto di cercar di attivare in me una eccitazione (maniacale), per farmi distrarre dal male. Ma questo, anche se per un po’ mi può distrarre, è un modo del tutto inefficace, perché mi fa sentire non capito, mi fa sentire più solo e più disperato ancora. Non mi consola. Per fortuna, ci possono essere e ci sono altre possibilità, e sono quelle del riconoscimento amorevole dell’angoscia e del suo contenimento: questo sì che è benefico, non il voler combattere l’angoscia, non il volerla annullare, cercando invano di cacciarla via o di contrastarla a viva forza. Questo è quello che vorrei riuscire ad attivare in me stesso, e questo è il trattamento che vorrei ricevere dalle persone da cui desidero sentirmi amato. E questo è l’atteggiamento che potrò attivare con le persone che sentirò angosciate in quel modo.
Possiamo dire che si è trattato di un episodio di vita. La mente struttura l’esperienza in episodi (già il primo Freud se n’era accorto), caratterizzati da specifiche esperienze di se stesso, intrecciate con specifiche esperienze delle persone con cui si è stati in rapporto e ulteriormente intrecciate con le specifiche esperienze delle relazioni che si sono realizzate in quell’occasione. Questo insieme di configurazioni mentali, soprattutto se ripetuto più e più volte, potrebbe strutturarsi in modo tale da acquisire particolare rilievo. Potrebbe, quindi, permanere nella mente come prototipo di un particolare tipo di intreccio delle tre “mappe mentali”, ossia di un aspetto di sé connesso in modo dinamico con un aspetto del mondo e con uno specifico tipo di relazione.
Questi “modelli mentali” che il bambino struttura su di sé, sulla realtà e sulle qualità delle interazioni, non sono delineati nella sua mente sul piano descrittivo e cognitivo in modo così articolato e verboso come vengono fuori dalle mie parole, ma lo sono esattissimamente sul piano dell’individuazione delle qualità emotive dell’esperienza.
Possiamo ipotizzare che l’esperienza di quell’episodio di quel bambino con la nonna e con la mamma, se viene ripetuta e confermata e riconfermata più e più volte da altri episodi di vita qualitativamente analoghi, favorisca lo strutturarsi nella mente di quel bambino di un aspetto di sé, di un aspetto del mondo, di un modello relazionale e di un “modello operativo interno” che, nel loro insieme, potremmo chiamare: “del soccorso amorevole al Sé sofferente, senza negazioni e senza maniacalità”.
È ampiamente provato che il bambino tende, fin dalla nascita, all’integrazione dei vari aspetti della propria esperienza: sensoriale, cognitiva, emotiva, relazionale. Già a un’ora dalla nascita, per esempio, gira la testa verso la fonte di un suono, per acquisire informazioni visive da integrare con quelle uditive.
Integrazione e armonia gli procurano benessere.
Dissonanza e non integrabilità gli procurano malessere.
L’esperienza di dissonanza (relazionale o intrapsichica) è così penosa, da richiedere l’attivazione, spesso “a pronto soccorso”, di tutti i mezzi disponibili per cercar di ripristinare l’armonia (relazionale o intrapsichica), a qualunque costo. È così che il bambino (e il giovane, e l’adulto, e l’anziano…) può far pressioni affinché sia il partner ad armonizzarsi a lui; ma può anche far pressione su di sé per adeguarsi al partner. E più il partner è emotivamente importante, e più cercherà di adeguarsi a lui.
Quel che è certo è che, fin da lattante, e per tutta la vita, l’essere umano ha - fondamentale - il bisogno di risonanza emotiva. Cerca l’armonia. Se non percepisce nel partner relazionale una risonanza emotiva alla propria emozione, il bambino arriva a togliere valore alla propria emozione, a non ascoltarla, a cacciarla via. Ma, così facendo, toglie valore, non ascolta e cerca di cacciar via la propria viva esperienza, la propria soggettività, la propria verità, la propria più genuina conoscenza emotiva. E potrà arrivare a scindere, a isolare, a “mortificare” (cioè: a rendere morti) dei vivi aspetti di sé. Questa è la via attraverso cui il bambino potrà arrivare ad “alienarsi”: a tradire sé, per adeguarsi a ciò che è altro da sé.
La strutturazione del Sé, dunque, è eminentemente emotiva, eminentemente relazionale, eminentemente soggettiva, eminentemente legata alle esperienze relazionali concrete.
Ad ogni esperienza di vita appena appena rilevante, corrisponde la strutturazione di uno specifico aspetto del Sé. I vari singoli minimali aspetti del Sé, così strutturati, si integrano in insiemi più grandi, raggruppandosi o per affinità qualitativa, o per significato vitale, o perché facenti parte di esperienze ripetute più e più volte, o anche semplicemente per contiguità temporale del momento della loro strutturazione, e vanno a costituire una specie di “comunità” di “personaggi interni”, che animano e sostengono la dinamica interna del Sé (che è e rimarrà sempre molteplice) e specifici modi di porsi in relazione con le altre persone, psicoanalista compreso.
Per riassumere e concludere: il nocciolo della psicopatogenesi (ossia della strutturazione della patologia mentale) è costituito dal misconoscimento della propria – soggettiva! – esperienza, cioè, in definitiva, della propria – soggettiva! – emozione; dal misconoscimento dei corrispondenti aspetti di sé che vivono quell’esperienza; dalla scissione operata all’interno del Sé, nel tentativo di escludere o annullare gli aspetti di sé dissonanti; e quindi dalla conseguente impossibilità o incapacità di integrazione di quegli specifici aspetti del Sé con gli altri aspetti del Sé e con il Sé nel suo insieme.
La terapia, viceversa, consiste nel riconoscimento dell’esperienza soggettiva del paziente in tutti i suoi aspetti, anche se tra di loro sono dissonanti o contraddittori, da parte dell’analista o dello psicoterapeuta. Va sottolineato che non si tratta di una “donazione” di senso, ma di un riconoscimento del senso – soggettivo! – che l’esperienza ha per il paziente. La “donazione” di senso, infatti, è alienante: distoglie dall’esperienza propria, per inscriverla nel contesto dei significati altrui. La “donazione” di senso è la fonte principale di sofferenza relazionale e di patologia nella strutturazione del Sé e nella sua ristrutturazione. Il Sé, infatti, aderendo ai significati altrui, rischia di tradire se stesso, facendosi, per così dire, “colonizzare”, anziché sostenere. Il riconoscimento del senso soggettivo dell’esperienza, invece, è rispettoso, è consolidante, apre la strada a relazioni di facilitazione. Facilitazione, in primo luogo, dei processi di integrazione.
Così, la terapia non è più: “Là dove c’era l’inconscio, lì ci sarà
la coscienza”; né: “Là dove c’era l’Es, lì ci sarà l’Io”; ma sarà:
“Là dove c’erano misconoscimento, rifiuto e
scissione, lì ci saranno riconoscimento, accettazione
e integrazione”.
![]()
|
|
opuscolo corsi di formazione
in formato pdf
scheda di iscrizione ai corsi
![]()
Le attività del Centro Studi Hansel e Gretel
opuscolo
contenente le proposte formative
per la scuola
scarica
opuscolo
|
|
La mente abbraccia il cuore
un progetto per lo sviluppo dell'intelligenza emotiva dei bambini dai quattro ai sette anni
