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PSICOLOGIA-PSICOTERAPIA

Seminario sul pensiero di Alice Miller

Conduttore: Claudio Foti

 

Interventi di :

Giuliana, insegnante.

Anna, psicologa.

Carla, dirigente scolastico.

Giovanna, insegnante (contributo scritto).

Marina, dirigente scolastico.

Andrea, insegnante.

Piera, psicologa

Lucia, studentessa

Franca, psicologa.

Valeria, insegnante.

Patrizia, psicoterapeuta.

Lidia, mamma.

Grazia, mamma.

Silvio,giardiniere.

Teresa, mamma.

Laura, insegnante.

M.Silvia, mamma.

Lucia, studentessa.

 

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Carla:

Diciamo che possiamo iniziare  e direi che Claudio Foti può presentare il seminario che si terrà oggi  e che ha caratteristiche un po’ particolari.

 

Claudio Foti:

Io non farò una presentazione perchè questa vuole essere un’esperienza di seminario di riflessione sul pensiero di questa psicoterapeuta, di questa autrice zurighese, Alice Miller, aperto, come ogni esperienza autentica, intensa, di gruppo ai contributi e alle interazioni che ciascuno di voi porterà. Mi piace- immagine che spesso utilizzo- pensare al gruppo come a certe trattorie spagnole dove si mangia quello che si porta, quindi intendo condurre  questo seminario in questa ottica di riflessione, di attivazione esperienziale da parte di ciascun partecipante,  e in qualche modo la circolarità della disposizione mi pare che sia la configurazione spaziale di un gruppo che si pone  in cerchio per mettere insieme, per far circolare con un’attivazione di tutti qualcosa che può essere scambiato e che può essere portato a partire dagli spunti di lettura dei testi di Alice Miller, ma anche dalle riflessioni che potranno essere vissute e giocate da parte di ciascuno sentendo gli stimoli di chi queste letture e queste riflessioni le ha fatte.

Come avvio che propongo chiederei alle persone che hanno letto i testi una raccolta delle citazioni che più significative, quella che per ciascuno di noi è risultata più significativa.

 

“Chiunque distrugga una vita umana si rende colpevole, con una sola eccezione, ai genitori è consentito di distruggere impunemente la vita dei loro figli” (L’infanzia rimossa, p.23).

 

“Vede dinanzi a sé un bimbo pieno di vitalità, vede com’è veramente fatto un essere umano, vede come lui stesso avrebbe dovuto essere se non avesse trovato ostacoli sulla sua via” (La persecuzione del bambino, p. 92)

 

“Chiunque sia stato un genitore e non viva in uno stato di perfetto autoinganno sa per esperienza come possa essere difficile tollerare aspetti del carattere del proprio figlio. Accorgerci di questo è particolarmente doloroso se vogliamo bene al bambino. Noi desideriamo realmente rispettare l’individualità m e tuttavia non ci riusciamo” (la persecuzione del bambino, p.1).

 

“La vigliaccheria nasconde in sé una tragedia  com’è probabile che succeda per ogni vigliaccheria ;  il fatto che una persona sia potuta crescere sincera e franca dipende presumibilmente dal grado di tolleranza della verità mostrato dai suoi genitori e dalle sanzioni al riguardo che essi hanno imposto al loro figlio. E’ stata la storia di Frédèric Moreau ad aiutarmi a capire quanto inutili siano le categorie morali di vigliaccheria e ardimento e quanto profondamente il coraggio sia invece legato al destino infantile vissuto da ognuno di noi.”(Il bambino inascoltato, p.87)

 

“Gli individui a cui è stato possibile e consentito sin dal principio della loro infanzia di reagire in maniera adeguata, ossia con ira di reagire in maniera adeguata, ossia con ira, ai dolori, alle offese, ai rifiuti loro inflitti in modo consapevole e inconsapevole, manterranno tale capacità di presentare  reazioni adeguate anche in età più adulta. Da adulti essi riusciranno a rendersi conto che qualcuno ha fatto loro del male e a esprimere tale fatto con le parole, ma difficilmente avvertiranno il bisogno di saltare alla gola del loro interlocutore“ (La persecuzione del bambino, p.56).

 

“L’adulto deve  talvolta far uso di menzogne, finzioni, maltrattamenti e umiliazioni. In questo caso, però, non si tratta più  di valori negativi, dato che lui stesso è stato educato a dover ricorrere a tali mezzi solo per uno scopo sacrosanto, ossia  affinché il bambino, in futuro,possa evitare qualsiasi menzogna,  finzione, cattiveria, crudeltà o egoismo”( La persecuzione del bambino, p 55).

 

“Ogni bambino desiderava essere lodato dal santo, voleva sentirgli dire qualcosa di buono sul suo conto, ma prima di arrivare al buono doveva sorbirsi una sfilza di rimproveri per le volte in cui era stato cattivo e a quel punto la sua spontaneità e la sua attenzione erano già turbate, perchè il rimprovero creava paura  e questa paura doveva essere rimossa per poter conservare un buon ricordo della festa, esattamente come i genitori dei bambini si aspettavano. L’inconscio non si libererà mai della certezza d’essere stato un bambino cattivo” (L’infanzia rimossa, p.19-20).

 

“Chiunque riesca a comprendere e a integrare la propria collera come parte di sé non sarà mai un violento. Avverte il bisogno di colpire gli altri soltanto chi non riesca a comprendere la propria rabbia, dato che non gli è stato consentito, quand’era bambino, di acquisire familiarità con tale sentimento che egli non ha mai potuto vivere come una parte di sé, visto che nell’ambiente che lo circondava ciò era assolutamente impensabile.”(La persecuzione del bambino, p.57).

 

“Non sono solo i sentimenti belli, buoni, piacevoli che ci fanno essere vivi, che conferiscono profondità alla nostra esistenza,  e comprensione al nostro intelletto, ma spesso proprio quelli scomodi, non adattati, che preferiremmo evitare: impotenza, vergogna, invidia, gelosia, confusione, afflizione”(il dramma del bambino dotato, p.70).

 

“Nel frattempo avevo anche capito che ero stata maltrattata da bambina perchè i miei genitori, durante la loro infanzia, avevano sperimentato qualcosa di simile e nello stesso tempo appreso a considerare questo abuso come un’educazione impartita per il loro bene. Dal momento che non era stato concesso loro di sentire, e quindi di capire, quanto era loro capitato, non sono stati in grado di riconoscere l’abuso e me lo hanno trasmesso, senza il benché minimo turbamento di coscienza”(L’infanzia rimossa, p.12)

 

”Una libera sessualità non è mai oscena e chi riesce a trattare apertamente i suoi  impulsi aggressivi, ad ammettere sentimenti come l’ira, la rabbia,come reazione a  frustrazioni, offese e umiliazioni reali non arriverà mai a compiere atti di violenza”(Il bambino inascoltato, p.203).

 

Claudio Foti:

Proporrei innanzitutto alle persone che hanno dato questo contributo, portando una citazione, un’affermazione staccata dal contesto, di comunicare che effetto ha fatto loro l’ascoltare o il leggere queste righe. Chiedo a queste persone se sono state percepite delle sensazioni di qualsiasi tipo nella lettura, nell’ascolto o nell’aggregazione stessa del gruppo che si ritrova con questa modalità, non già con una consegna rigida, ma  aperto. Inizio io: io ho un vissuto di piacevolezza  associato al numero delle persone che sono intervenute e hanno letto ad alta voce una citazione. Pensavo che fossero di meno e ho un vissuto di piacere nel constatare che sono state tante rispetto alle mie aspettative.

 

Franca:

Io  so che ho sempre lo stupore che le varie citazioni hanno come potere evocativo, nel senso che  le cose dette sembrano ovvie però non sono mai state riconosciute da nessuno, e quindi è proprio un’ovvietà che mi dà sempre uno stupore  e mi implica un’emozione nel riascoltare  queste cose che sono così ovvie e mai viste, mai dette dal senso comune.

 

Teresa:

Io ho un senso di liberazione nel sentire queste cose  sulla possibilità di essere sinceri, autentici,  e anche un po’ di rabbia perchè effettivamente certi condizionamenti ci limitano per tutta la vita.

 

Anna:

Io ho provato  nuovamente il piacere dell’incontro con la Miller e dell’incontro con me nei libri della Miller,  più che piacere benessere, una sensazione di benessere e poi rabbia soprattutto per il genitore che vorrei essere e non sempre riesco ad essere .

 

Claudio Foti:

In termini milleriani potrebbe essere una rabbia non espressa  nei confronti del genitore che abbiamo vissuto  e che in qualche modo ci rende incompiuti, incompleti rispetto all’atteggiamento genitoriale che vorremmo, rispetto ai nostri figli.

 

Anna:

Io ho provato una specie di conflitto, sia intellettuale sia emotivo , nel senso che quando leggevo la Miller ho sempre pensato: “Che bello, ora i bambini possono fare quello che vogliono!”. il rispetto del bambino finalmente va al di là delle regole dell’educazione, poi ho letto Kohut , che parla del genitore autorevole e dice che i bambini hanno bisogno delle regole. Mi piacerebbe approfondire questo punto non solo dal punto di vista emotivo ma anche culturale.

 

Marina:

Io sono sempre molto sensibile, perchè mi tocca profondamente, alla sofferenza e mi sono accorta, anche sentendo le citazioni, come comunque questo fosse il punto centrale, dominante di tutte le citazioni, di tutti i libri . Sofferenza anche per uno spreco di potenzialità, per l’incapacità di far venire fuori l’essere così come dovrebbe essere senza limitazioni, senza essere soffocato, senza sentirsi un bambino cattivo per tutta la vita.

 

Lucia:

Una cosa su cui ho riflettuto in questo momento  è che tutte le nostre citazioni, compresa la mia non parlano della figura del testimone consapevole , che pure è uno dei grossi punti della tematica milleriana, uno dei pochi punti positivi , che lasciano un’apertura di speranza al futuro del bambino maltrattato.  Mi fa un po’riflettere il fatto che tutti noi, me compresa, che pure sono rimasta molto affascinata da questo “testimone consapevole”, non abbiamo voluto citare questo argomento.

Il mio vissuto di questo momento si rifà un po’ alle prime letture che ho fatto della Miller, che mi hanno sicuramente portato parecchia sofferenza, perchè credo che non si possa leggere la Miller senza sentirsi coinvolti e toccati profondamente, quindi in questo momento sentire che tutte queste persone hanno scelto della Miller queste parti più dolorose più "pessimiste” mi fa pensare che anche in loro la lettura della Miller abbia avuto questo effetto.

 

Claudio Foti:

E nel contempo il desiderio invece di una speranza legata al concetto di testimone soccorrevole.

 

Lisa:

Io non ho mai letto una riga di Alice Miller, mai neanche ne ho sentito parlare e il mio vissuto è proprio un vissuto di angoscia di sofferenza, poi invece mi sono accorta che i vissuti degli altri sono stati di piacevolezza.

 

Andrea:

L’osservazione che ha fatto Lisa è notevole perchè è l’esatto contrario di quello che io penso di Alice Miller, che sia una scrittrice altamente ottimista .a me ha sempre colpito l’inizio della persecuzione del bambino perchè mi sembra una specie di punto a capo, cioè ha la potenza e la carica di una risposta, di un chiarire una situazione. I genitori, gli insegnanti trovano difficile, se non vivono in un perfetto auto-inganno, sopportare tout court certi bambini. Sentire questa cosa scritta in un libro dà proprio una sensazione di chiarezza, di comprensione di qualcuno che esplicita in maniera chiara qualche cosa che  dentro era confuso. Il mio vissuto era di integrazione, ossia di chiarire qualche cosa che prima era ad uno stato non esplicito.

 

Piera:

Ho riprovato il sollievo della prima volta in questa lettura, dell’incontro con una pagina scritta  che parlava di me in modo chiaro, e che quindi rimetteva a posto certe cose che non avevo capito e anche una grande tristezza per ciò che allora era impensabile.

 

Valeria:

Io ho provato un senso di dispiacere perchè ho letto una frase che si discostava molto dalla realtà e questo scarto tra la verità che io sentivo in questa frase- e cioè che non ci sarebbe violenza se le persone riuscissero a esprimere in forme più adeguate la loro rabbia e le loro frustrazioni, anche sessuali-  e la realtà quotidiana l’ho trovato pesante .

 

Claudio Foti:

Possiamo adesso chiedere a chi finora non è intervenuto di dirci qualcosa, un riscontro anche molto semplice, molto immediato, legato alla risposta di ciascuno, un vissuto emotivo determinato dalla lettura di queste citazioni.

 

Laura:

Le prime citazioni, che riguardavano l’intervento dell’adulto sulla formazione del bambino, io le ho vissute- lo confesso- con un po’ di angoscia perchè laddove si parla dell’adulto che può fare del male - e i genitori, a volte, involontariamente fanno del male, questo l’ho riscontrato nella scuola,-ho provato angoscia, perchè ogni volta mi metto in discussione come madre, perchè temo sempre di diventare l’adulto che possa fare dei danni anche irrimediabili inconsapevolmente ai propri figli. Mi pare di intendere che l’adulto deve aiutare il bambino a capire che la rabbia è un sentimento positivo, è giusto provare rabbia, ma nello stesso tempo mi pare che sia anche giusto che il bambino capisca che cosa gli ha provocato, ma che nello stesso tempo impari anche a controllarla,  perchè  se io  non posso permettere  a un bambino in classe, pur sapendo  perchè sta reagendo in quel modo,di diventare un violento- perchè la rabbia può sfociare in violenza-io devo aiutare  il bambino a capire che cos’è che in quel momento lo sta facendo soffrire al punto tale da manifestare attraverso la rabbia la sua sofferenza, ma devo anche aiutarlo a capire che la rabbia non deve poi diventare violenza  e mancanza di rispetto per i compagni che gli stanno vicino. Io, ad esempio ho un figlio adolescente, è un ragazzo molto dolce, molto maturo, molto disponibile, però a volte ha questi scoppi d’ira. Quando li ha io cerco sempre di chiedergli se qualcosa lo ha disturbato, cerco di capire e di aiutarlo a capire, però nello stesso tempo io invito anche mio figlio a non andare oltre, perchè poi coinvolge il fratello, coinvolge me, e diventiamo anche delle vittime. Secondo  me il bambino, l’adolescente deve sì capire e dare libero sfogo alla propria rabbia, però nello stesso tempo deve imparare a gestirla.

 

Carla:

Io vorrei comunicare un senso di pesantezza che mi dà questo incontro ed ho come la sensazione di una meta che si vede, però per arrivare là è come se si dovesse attraversare una casa degli specchi. Non so se avete presente, gli specchi sono tremendi, perchè tu credi che non ci sia niente e prendi una capocciata. A me pare di intravedere quali dovrebbero essere le mete, ma  quel  cammino è irto di difficoltà che all’improvviso si presentano. Le mete sono di riuscire a mettere in pratica quello che nei libri di Alice Miller si definisce come rispetto per il bambino, tolleranza per le sue frustrazioni, per i suoi sentimenti negativi e così via.

 

Franca:

Volevo riprendere l’intervento sul testimone consapevole.

E’ mancato questa citazione perchè non la trovavo più, l’ho persa e mi manca, perchè è una sorta proprio di speranza, di incoraggiamento. In realtà i libri di Alice Miller li sento molto positivi e propositivi, fanno venire una gran voglia di camminare però mi sembra importante questa citazione e se qualcuno riuscisse  a trovarla mi sembrerebbe davvero importante ricordarla.

 

Paolo:

Io riascoltando le citazioni ho avuto la sensazione che non fossero così angosciose, o non soltanto, ve ne sono alcune che danno speranza come , per esempio , secondo me, la speranza che qualcosa può cambiare se c’è questo testimone consapevole.

 

Piera:

Per me ci sono sensazioni diverse. Prima c’era una sensazione  di tristezza che è quella che mi accompagna sempre tutte le volte che leggo Alice Miller, rileggendo invece  mi è sembrato che ci fosse veramente un aspetto di speranza ed è l’aspetto che mi piace di più della Miller , perchè il primo aspetto, quello più triste, più legato alle sofferenze del passato faccio un po’ fatica ad agganciarlo. Mi piace proprio leggerla col pensiero che possa servire a far cambiare le case, perchè non diventi una retorica fine a se stessa.

 

Silvia:

Io non conosco il pensiero di Alice Miller ,ne ho sentito parlare, però mi è sembrata una scrittrice dalla parte del bambino. Mi ha molto colpito che (la Miller) abbia tradotto in parole la sofferenza del genitore nello scoprire il carattere del figlio che è fatto in un certo modo e sentire anche l’incapacità di entrare nella sua lunghezza d’onda.

 

Piera:

io non ho sentito assente questo testimone consapevole, anzi l’ho sentito presente proprio nella modalità del gioco che in fondo chiedeva al gruppo di fare questo testimone che ascolta una pena  e la condivide e in quel momento tu stai molto meglio sia perchè capisci qualcosa in più di te ma anche l’hai detto a qualcuno e questo fa star meglio perchè la integra nel sé. Quindi il gruppo come testimone soccorrevole di tutti noi, della nostra infanzia, dei nostri dolori, delle nostre sofferenze anche presenti.

 

Lidia:

Ho avuto un sentimento di disagio nel riconoscere quanto sentivo dire in situazioni che vivono alunni miei, quindi riconoscevo queste sofferenze nei bambini. Poi risentendo delle frasi non le ho più sentite da insegnante ma da mamma, e ho cominciato a pensare  alla mia creatura, al mio risultato educativo.

In qualche modo non capisco dove sia l’intoppo della storia, perchè dove ci sono degli errori plateali capisci che i bambini soffrono, ma quando ti riconosci come genitore che cresce con il figlio, che rende  protagonista il bambino della sua crescita proprio perchè cresce con lui un pezzettino. non mi vedo come un genitore che nega qualche cosa o abbia negato, adesso nego sempre di più perchè sto cercando di correre ai ripari, eppure comunque  ti ritrovi un adolescente che soffre un disagio forte, una non gioia di vivere, non è spensierato, allegro, forse in nome della non banalità che si cerca di instaurare nei rapporti, però dal non essere banale all’essere sofferente  c’è differenza ti chiedi come mai.

 

Silvio:

Io ho letto incidentalmente alcune pagine di Alice Miller  e poi mi sono fermato e non è un caso. Oggi ho avuto la conferma che non era un caso; per me questa è una sofferenza, ma non la sofferenza di un adulto che vede i bambini soffrire, la sofferenza di un bambino sofferente e quindi questo era quello che risuonava dentro, ed era la sofferenza che io provavo nella lettura di queste pagine. E’ la stessa sofferenza di oggi,non sono ancora l’adulto che guarda fuori.

 

Silvia:

Io sono fuori dalla scuola dal 1982. Sono molto scossa da tante cose, ho seguito Alice Miller- non l’ho letta- attraverso alcuni spezzoni seguendo Lucia che sta preparando la tesi su di lei; c’è un misto di rabbia e di sofferenza. Di rabbia perchè ho capito di aver fatto tanti errori nei confronti dei miei figli, quasi tutti inconsapevoli. Ho fatto scuola con tantissimo amore probabilmente non conoscendo la Miller  e non ponendomi dei grossissimi problemi; ho avuto bambini difficili, in difficoltà, handicappati e sono sempre andata con molta disponibilità, cercando di capire tutte quello che potevo capire, però gli errori secondo me non li ho fatti nella scuola , ma in famiglia e mi fa rabbia questa Miller che mi dà contro, mi colpevolizza, quando so che verso Lucia ho avuto tanti torti perchè avevo un figlio malato che dovevo seguire in modo particolare e molto probabilmente nessuno mi ha insegnato che potevo seguire mio figlio particolare senza trascurare Lucia. Io di Lucia ho perso degli anni interi della sua vita; io ho degli sprazzi bellissimi di cose di Lucia, belle o brutte, ma sprazzi, poi tra uno sprazzo e l’altro ho il buio. E di questo veramente la Miller mi colpevolizza, perchè è come se io non avessi avuto questa figlia, l’avessi trascurata, non avessi capito niente. Lei è cresciuta sicuramente con tanti problemi, con tante sofferenze, con tante cose che non ha mai detto, perchè era una bambina buona., tranquilla, che si nascondeva perchè capiva che il fratello aveva più bisogno di lei .Queste cose sono uscite poi , sono dolorose e mi hanno colpevolizzato  e ne sento ancora la sofferenza, però non riesco a sentirmi colpevole fino in fondo perchè non l’ho trascurata perchè sono andata a ballare, o a divertirmi, l’ho trascurata perchè c’erano delle cose che mi fagocitavano, mi portavano via la testa. Ecco, la Miller mi fa rabbia per questo, non l’ho sentita vicina in questo, anche se ha perfettamente ragione. Se avessi avuto solo lei forse mi sarei comportata in modo diverso.

 

Laura:

Giustamente quello che dice lei è vero, ma perchè la Miller, secondo me, è un’osservatrice, mentre  tu sei una protagonista del tuo dolore  e di conseguenza non è che tu dici:”Io non riesco a provar rammarico”, non ci riesci perchè tu hai vissuto la tua storia, quindi tu sai la tua sofferenza e conosci anche i tuoi limiti, quei limiti che hanno condizionato determinati comportamenti. Io penso che la Miller parli come chi racconta, vede le cose dal di fuori.

Io leggendo la Miller in alcuni momenti ho dovuto sospendere la lettura, perchè rivivevo con dolore quello che io da bambina  avevo vissuto,come mi sono anche vista come genitrice, però nello stesso tempo chi legge la Miller deve anche misurare  la propria realtà, dove lei si è mossa, le condizioni che l’hanno portata a fare certe scelte e di conseguenza a non colpevolizzarsi più di tanto perchè sì “dalla parte del bambino”, però a volte bisogna stare anche dalla parte dell’adulto. Una cosa che mi aveva colpito è che i genitori che sono dei torturatori a volte sono stati dei torturati, quindi bisogna sempre stare, anche se è sgradevole da parte del genitore che sta facendo del male, capire perchè lo fa.

 

Lucia:

Mi viene subito un’argomentazione per difendere la Miller; lei non dice assolutamente che i genitori sono colpevoli e i bambini sono delle vittime, lei parla di una grande catena che coinvolge di volta in volta i genitori , in veste prima di figli e poi di genitori a loro volta  e che si perpetua nelle generazioni successive a causa dell’inconsapevolezza dell’esistenza di questa catena. Se il genitore diventasse consapevole di quello che, quando era bambino, a sua volta ha dovuto subire, secondo la Miller, questa catena si spezzerebbe. Non è facile, ma è il primo passo per cercare di monitorarsi di più, di osservare i propri comportamenti e scoprire anche degli atteggiamenti indotti, non del tutto consapevoli che possiamo avere nei confronti  dei nostri figli come anche delle persone che abbiamo vicine-io non ho figli, però mi capita di avere a che fare con bambini piccoli. Ne approfitto per riprendere il discorso che faceva Silvio; anche a me ha fatto molto male leggere i libri della Miller- io sto preparando la tesi su di lei e ho dovuto leggerla anche in tempi brevi-però più capivo che la lettura di questi libri mi causava sofferenza, più sentivo il bisogno di continuare a farmi del amale, non perchè sia masochista, ma perchè capivo che, alla fine di tutto questo, per me ci sarebbe stato qualcosa di positivo e il positivo, adesso, lo vedo nel fatto che comunque, avendo capito determinate cose della mia storia, della mia infanzia,probabilmente avrò un’attenzione diversa nei confronti di tante cose che prima davo per scontate, e che forse avrei potuto poi riversare a mia volta su altre persone. Secondo me la consapevolezza è fondamentale;

 

Andrea:

La signora diceva :”Non riesco a sentirmi in colpa”, ma chi vuol farla sentire in colpa?

 

Silvia:

Io mi sento un torturatore, ma io non ho avuto un’infanzia così difficile, quindi non sono d’accordo con la Miller che dice che chi è stato torturato quando era piccolo diventa a sua volta un torturatore; la mia infanzia è stata direi serena, tranquilla, ero l’ultima di quattro fratelli, il papà era professore di lettere, soldi ce n’erano pochi però si viveva molto serenamente .Io ho cominciato a soffrire quando ho perso una nipotina che aveva sei anni, malata  di leucemia, quindi avevo diciannove anni e da lì è stata una catena.

Io sono diventata un torturatore da quando ho avuto Lucia, da quando ho avuto il mio primo figlio.

 

Andrea:

L’idea del senso di colpa - non credo che ci sia una riga di Alice Miller dove c’è scritto:”Adulti sentitevi in colpa!”-è legata una cosa che ho sentito da un po’ di interventi , che è l’idea- Alice Miller non scrive niente che abbia una parvenza pedagogica, educativa, didattica, non spiega come si deve essere, come si fa ad essere bravi; non ha niente di questo, non fa dei comunicati su come si fa ad essere dei bravi genitori, dei bravi insegnanti, ecc.. se c’è una cosa che invece è liberante e fondante è la tensione  a riconoscere  e ad accettare le proprie emozioni anche negative, anche quelle che non sono di accettazione, che non sono altruistiche, quindi è proprio il contrario del senso di colpa. Là dove il far esprimere l’ira- che non vuol dire agire l’ira, picchiare qualcuno- vuol dire avere uno spazio di legittimità per cui se si subisce un torto, se si prova un dolore si è legittimati ad arrabbiarsi. E questo preserva, secondo la Miller dal menare qualcuno o spararsi un colpo in futuro.

 

Anna:

Il suo intervento nuovamente mi mette in gioco come genitore. Come sempre quando leggo la Miller, io faccio questo passaggio-e l’ho fatto anche per il commento alla mia citazione-perchè la responsabilità dai bambini di cui mi occupo, che sono i miei figli ma anche altri bambini va alla bambina che sono stata. La Miller mi fa sempre far questo, nel senso che dico:”Se mi sento in colpa il senso di colpa che più mi fa andare avanti è quello che riesco a sentire nei confronti delle cose che avrei voluto e che non ho avuto. Nel momento in cui faccio questo sento che è propulsiva questa cosa ; quando passo dal bambino che  ho davanti  al bambino che sono stata io  e in questo senso il senso di colpa mi fa andare avanti. Sento la responsabilità dei bambini che ho vicino, che mi rimanda però alla responsabilità di me bambina, al prendermi cura di me. E’ una molla, una grossa forza per me.

 

Franca:

Secondo me il problema della colpa nella Miller  deve essere visto come il “fate attenzione a non mascherare comportamenti, storie, per mascherare la colpa”, però si va oltre, sempre, non si parla del senso di colpa, il discorso è di non negare i fatti per comportarsi  diversamente, per cambiare situazioni e comportamenti.

 

Piera:

Volevo dire qualcosa alla signora il cui intervento mi ha molto commosso e ho pensato che è stato bello che lei abbia detto quel che ha detto anche davanti a sua figlia, perchè in ogni caso ha ammesso e riconosciuto che in qualche modo sua figlia è stata trascurata. Io penso che questa consapevolezza di aver in qualche modo tolto delle cose, causato una sofferenza a sua figlia è una cosa grandissima e pensando  al bambino che c’è dentro di me, i cui genitori non hanno mai neanche sentito minimamente, percepito di aver fatto o tolto delle cose, ma non volontariamente, perchè la loro storia era quella, perchè era andata cos, perchè non potevano fare diversamente, credo che sia questo l’importante, cioè sentirsi vicini all’altro ammettendo i limiti,questa è già una grande cosa, che dà un grande sollievo alla sofferenza. Mi sembra  importantissimo quello che è stato detto. Io ho pensato:”Che bello se avessi avuto una mamma così!”.

 

Marina:

Anch’io volevo ribadire che leggendo la Miller non vedo questo discorso del senso di colpa, più che senso di colpa sono d’accordo con Lucia che bisogna arrivare a una consapevolezza, che è nel cammino che ognuno fa.

Se io avessi letto Alice Miller venticinque anni fa certamente non avrei i problemi da genitrice che ho, però c’è da dire questo: lungo tutto il cammino poi mi sono resa conto con una certa consapevolezza sia del bambino dentro di me con tutta la sofferenza che aveva, sia come genitore, che il passo successivo alla consapevolezza è quello di assolvere i propri  genitori e di assolversi come genitori perchè comunque non si è in condizione di comportarsi diversamente.

Dopo aver raggiunto la consapevolezza le cose invece cambiano, perchè si pensa di più ai propri comportamenti. il senso di colpa lo ritengo una cosa che fa più male che bene perchè non innesca un processo di cambiamento, il senso di colpa ti può schiacciare può permettere di non procedere, quindi la consapevolezza significa sapere che si è vissuta una sofferenza, comprendere chi ce l’ha procurata, assolvere perchè comunque l’ha fatto involontariamente- e in genere, a meno che non siano delle persone altamente disturbate, credo che nessun genitore possa ritenersi volontariamente  responsabile del male che fa ai propri figli.

 

Lidia:

Se la consapevolezza è comprendere il torto che si ritiene di subire da piccini io l’ho acquisita proprio nei primissimi anni; io mi ricordo di aver per tutta la vita pensato :”Adesso mi state facendo questo, ma in futuro, quando io avrò la mia bambina”- perchè chiaramente io da bambina non ho mai pensato di avere un maschio-”non farò così”. Un progettare la mia azione educativa fin dai primi anni, nel senso che io avevo chiaro ciò che mi stavano facendo soffrire in quel momento. Poi io tra l’altro ho avuto dei genitori molto amorevoli, però genitori come tutti, quindi che imponevano, e io capivo e già mi ripromettevo che di sicuro quel torto alla mia bambina non l’avrei fatto vivere e ci ho provato sempre . Un’azione che desse gioia, che desse un sentimento positivo nei confronti della vita, un sottolineare la gioiosità della vita.

 

Carla:

Io vorrei dire qualcosa sui sentimenti di colpa nei confronti dei figli, sentimenti con i quali io ho una grande consuetudine, io mi sento responsabile di ognuno dei guai che i miei figli hanno incontrato nella vita e tra le cose che ho trovato molto consolanti nei libri di Alice Miller c’è questa: Alice Miller sostiene che a tutte le età un genitore può fare qualcosa per aiutare il proprio figlio e riporta degli esempi. Io sento che questa cosa è proprio vera , lo sento perchè vedo che , secondo me erroneamente si crede che l’amore più grande sia l’amore dei genitori verso i figli, in realtà è l’amore dei figli verso i genitori quello che è  qualcosa di intoccabile, di incrollabile, ed è su questo  che si innesca la mia fiducia anche come madre nel dire:”Va bene, io quando avevo i miei figli più piccolini ho fatto un sacco di cose sbagliate e ne ho viste le conseguenze, però ce la metto tutta perchè le cose potranno cambiare per loro via via che cambierò io. E questo lo vedo, è una cosa incredibile come si vedano queste cose nei comportamenti dei figli, nel riscontro che si ha con loro ed è un motorino molto grosso per cambiare.

 

Andrea:

Sentivo il desiderio di dire una cosa, quando ascoltavo Marisa, che la riconciliazione e la comprensione per i genitori è quanto di meno necessario esista, anzi è quanto di più fuorviante ci possa essere. Non credo che sia né necessario né importante la riconciliazione per l’adulto nei confronti dei suoi genitori, perchè è una necessità grossa  dell’adulto, ma porta molto fuori rispetto al vedere ciò che si è stati da bambini.

 

Marina:

Non sono d’accordo, perchè io devo comunque far conto dell’amore che porto loro. Se io non arrivo ad una riconciliazione sono in una situazione di impasse, perchè io comunque li amo-l’amore di cui parlava Carla è verissimo-e come adulto continuo ad amarli e quindi devo arrivare necessariamente ad una riconciliazione.

 

Laura:

Non è solo per amore che lo fai; secondo me se io non perdono mia madre in me albergherà sempre un sentimento negativo che non mi permetterà neanche poi di perdonare me stessa. Mia madre a me ha fatto molto male, è stata una figura negativa e continua a esserlo; se io non perdono mia madre le faccio tanto male e questo si ricongiunge a quello che ha detto Carla, non sono capace neanche di dare ai miei figli determinate cose, perchè sì, prendere coscienza che ha sbagliato, prendere coscienza dei suoi limiti e in quel momento fare un grosso sforzo per perdonarla, anche perchè è umano perdonare. Sono dei sentimenti negativi che ti zavorrano, impedendo il tuo rapporto con i figli.

 

Claudio Foti:

Questo è stato lo stile che abbiamo voluto dare a questa prima fase dell’incontro. Io sento il bisogno di dire qualcosa e di tentare di fare il punto su alcuni concetti su cui possiamo aver chiarezza lasciando poi altre questioni più controverse aperte.

Dobbiamo anche tenere conto che è molto pericoloso fare dei discorsi generalizzanti perchè ciascuno ha vissuto storie distinte, si trova in stadi di evoluzione psichica diversi; i livelli di violenza, i livelli di mancanza di risposta empatica che ciascuno di noi ha subito sono livelli molto differenziati; proveniamo da storie molto diverse, e talvolta concetti come “violenza”, “mancanza di rispetto dei bisogni”, si riferiscono a universi profondamente distanti, quindi non perdiamo di vista la specificità delle storie.

Vediamo su cosa possiamo essere d’accordo. A me pare che A.Miller riprenda una riflessione presente nel movimento psicoanalitico, riflessione che non ha inventato lei e che sarebbe anche complesso ricostruire. Penso che non l’abbia nemmeno inventata Kohut, credo che Kohut, però,  abbia avuto un grosso ruolo nel concettualizzare questa posizione sia dell’analista sia del genitore, posizione assolutamente benefica e trasformativa. Kohut ha avuto il merito di elaborare concetti quali quelli di “rispecchiamento”,”capacità di rispecchiamento” “capacita di risposta empatica”, che sono concetti che, mutatis mutandis, possono essere applicati nel trattamento terapeutico-Kohut è uno psicoanalista e parte da lì nella sua riflessione, arrivando successivamente ad individuare delle posizioni fondamentalmente utili, indispensabili  nella relazione educativa.

 

Il discorso di Kohut di cui Alice Miller è debitrice è sostanzialmente quello di affermare che l’evoluzione della nostra mente, della nostra organizzazione mentale, dell’organizzazione del nostro sé, cioé la strutturazione della nostra “casa interna”, quanto di più indispensabile e prezioso ciascuno di noi ha-nessuno di noi ha un bene superiore all’organizzazione della propria casa mentale-Kohut dice che questo bene, questa organizzazione è costituito da mattoni rappresentati dalle risposte delle figure adulte significative nella nostra crescita di individui. Noi abbiamo preso questi mattoni, questi materiali costitutivi il nostro sé dalle risposte- risposte che non sono tanto verbali, ma sono comportamenti quotidiani, atteggiamenti, i modi di fare -dei nostri genitori nei confronti del nostro “esserci”, nei confronti della nostra soggettività. Allora si tratta di chiarire che cos’è questo essere, che cos’è questa soggettività e di chiarire, quindi, che cos’è che deve essere oggetto di rispecchiamento, di attenzione, di rispetto, di valorizzazione da parte delle risposte  genitoriali.

Mi pare che la risposta che in particolare A.Miller chiarisce è che il nostro esserci, la nostra soggettività è costituito essenzialmente dalla nostra vita emotiva, dalla nostra bisognosità, dalla nostra dimensione affettiva.

 E’ molto difficile, io credo, fare un discorso unificante-prima affermavo l’importanza di ricordarci che proveniamo da storie molto diverse- perchè le risposte dei genitori sono molto differenziate.

Ho appuntato cinque parametri, non credo sia uno schema soddisfacente, ma in prima approssimazione mi sento di chiarirlo per procedere nel discorso.

Innanzitutto un primo parametro è dato dal desiderio, cioè quanto i genitori desiderano che pervenga al mondo questa nuova soggettività, questo “esserci” che il bambino afferma con il fatto di venire al mondo, con il fatto di essere portatore di una serie di bisogni, anche di sopravvivenza, questo esserci è stato desiderato in forme diverse dai nostri genitori, abissalmente diverse. Quindi il primo parametro è la disponibilità, la disposizione, il desiderio di accogliere questa vita e noi sappiamo che qui c’è una gamma estremamente varia di atteggiamenti. Ci sono, per esempio, tantissimi individui che, ancora prima di nascere,vengono al mondo in una rete relazionale non predisposta all’accoglienza, per certi versi i giochi si fanno prima che nasciamo. Il desiderio profondo, non il desiderio esibito, verbalizzato, ma il desiderio di fare spazio ad un altro essere, il desiderio realistico non solo di far spazio, ma anche di avere le risorse per dare delle risposte emotive  e materiali a questo essere che arriva.

Un primo parametro è il desiderio; ed è un parametro affettivo, emotivo.

Il secondo parametro che ho appuntato è quello dell’alterità, cioè varia tantissimo la consapevolezza del fatto che questo “esserci”, questo individuo che arriva è proprio un individuo altro. C’è una tendenza emotiva profonda  in molti genitori a non percepire la differenza, l’alterità di cui questo individuo è portatore, quindi a confondere, attraverso delle manovre inconsce anche, i bisogni soggettivi con i bisogni di questo, con i bisogni di questa creatura, che sono bisogni differenziati.

Chi arriva è portatore di una bisognosità individuale radicalmente distinta da quella del genitore, qui i livelli di confusione possono essere estremamente vari. Questa alterità è portatrice di bisogni e di bisogni emotivi

Il terzo parametro, quindi, è emotività. Secondo me una delle forme di violenza all’infanzia parte dal fatto che magari c’è il desiderio del figlio, magari c’è una certa consapevolezza  di alterità , però manca il riconoscimento che questa alterità è portatrice di aspetti emotivi e aspetti emotivi differenziati. Cioè questo bambino ha bisogno di sorridere ma ha bisogno anche di arrabbiarsi, ha bisogno di ridere, ma ha bisogno di essere soddisfatto nel mangiare ,ma ha bisogno anche di piangere, ha bisogno di muoversi e non solo di essere composto secondo quelli che sono gli schemi comodi di ordine e di efficienza dell’adulto, cioè ha dei bisogni che appartengono all’emotività e che non possono essere governati da appelli alla volontà, al controllo, alla ragione, che fanno tanto comodo agli adulti, ma possono essere una prigione per la bisognosità emotiva.

Tutta una serie di schemi violenti passa attraverso il non-riconoscimento delle componenti emotive e passano attraverso una sopravvalutazione delle componenti intellettive, volitive, morali del bambino. C’è un’incomprensione di quanto sia decisiva l’emotività.

Il quarto parametro che ho segnato è quello dell’attenzione. Quindi: desiderio, consapevolezza dell’alterità, riconoscimento che i fattori emotivi sono decisivi più ancora di quelli razionali nell’essere che abbiamo di fronte, l’attenzione-cioè non basta saperlo, ma poi bisogna in qualche modo mettersi dalla parte dell’altro-sono concetti fra loro collegati. L’identificazione, mettersi dalla parte del bambino con la sua bisognosità.

L’ultimo parametro è quello del tempo, di effettiva disponibilità di tempo, per poter fare attenzione, per poter rispettare l’emotività, per poter trasmettere che io ho desiderio che tu venga al mondo. Se non c’è la dimensione del tempo io posso essere consapevole dell’alterità, posso desiderare che tu venga al mondo, posso essere consapevole che più della volontà contano gli affetti, posso voler fare attenzione, ma il tempo è un parametro fondamentale. E questo è il concetto di “rispecchiamento”. Rispecchiare significa fare da specchio,benevolo, uno specchio che riconosce che il bambino sia portatore di bagagli di bisogni meritevoli di essere rispettati, o al limite, se non possono essere rispettati, perchè non possono sempre essere rispettati, il tempo sì è un fattore importante, ma non si potrà sempre avere il tempo per tutti i bisogni e non si potrà garantire che tutte le frustrazioni vengano riparate, ma io posso riconoscere il mio bisogno anche se frustrato. Questo mi pare fondamentale, e cioè quando Alice Miller dice che lei fa riferimento anche ad un’esperienza storica particolare, che è l’esperienza di generazioni che hanno conosciuto la povertà, la guerra, i bombardamenti, i campi di concentramento, delle situazioni materiali oggettivamente frustranti e frustranti in modo pesante certi bisogni del bambino. Io come adulto posso non essere stato disponibile perchè avevo qualcosa, una forza maggiore che mi pesava, o io adulto non sono stato capace di impedire che i bombardamenti ti venissero in testa e tu avessi paura, non ho potuto eliminare la povertà, ma posso  riconoscere il tuo dolore, posso fare da eco e da specchio benevolo al tuo sentimento di dolore, posso riparare in questo senso, cioè posso dire: ”capisco  che tu stai male, hai ragione a stare male,  è legittima la tua sofferenza, io non ho saputo impedirtela”,-non è possibile impedire tutte le sofferenze- “ma  io mi metto dalla tua parte, riconosco che nella gamma dei tuoi bisogni c’è anche quello di essere sicuro, mentre tu avevi paura”. Questo è il testimone consapevole. Abbiamo parlato in forma implicita del testimone soccorrevole in qualche modo parlando del rispecchiamento,cioè della capacità di riconoscere, di pensare l’alterità del bambino in tutta la gamma dei bisogni.

Lidia faceva riferimento a una situazione di bambina che tutti noi abbiamo conosciuto, abbiamo vissuto delle frustrazioni, certi comportamenti dei nostri genitori ci sono sembrati sbagliati; in quel momento è come se fossimo stati per qualche ragione testimoni soccorrevoli di noi stessi. Cioè il bisogno è frustrato ma noi siamo solidali con quel nostro bisogno, siamo consapevoli del fatto che quel nostro bisogno non è stato compreso dai nostri genitori.

In realtà c’è qualcosa di molto complesso che ci consente in quel momento di essere testimoni soccorrevoli di noi stessi, di non rinnegare il nostro bisogno, di sentirne la legittimità,  e di pensare: ”Quando sarò grande non farò così”.

Ma attenzione, questa operazione presuppone una solidarietà con noi stessi, una consapevolezza, una sensibilizzazione ai nostri stessi bisogni. Però guardate che non è scontato essere consapevoli di tutti i nostri bisogni; in quel momento ci rendiamo conto che un certo bisogno non  è accolto dai nostri genitori, ma quanti sono i bisogni di cui noi stessi non siamo consapevoli e che ci sono sottratti? E’ a quel livello inconscio che si consuma poi il rischio di una certa trasmissione intergenerazionale. Fintanto che  siamo sensibili ai nostri stessi bisogni le cose sono semplici, ma noi sappiamo che il bambino tende a desensibilizzarsi rispetto a una serie di esigenze che non sono rispecchiate, quindi queste esigenze lui continuerà ad averle ma non sa di averle, e quindi non sa la violenza che gli viene fatta e quindi non sarà neppure in grado di comprenderla negli altri, perchè non l’ha imparata dentro di sè. Ecco il punto della citazione di Andrea:ci sono certi aspetti del carattere del bambino che noi non siamo attrezzati ad empatizzare, ad accettare, ad accogliere, perchè qualcosa è mancato nella nostra storia di cui non ci siamo resi conto, non abbiamo potuto renderci conto.

Voglio tornare al passaggio della mamma di Lucia che sono convinto abbia raccontato qualcosa di molto vivo, di molto intenso e sono d’accordo con Piera quando diceva:”Quel che conta è riconoscere l’importanza di chiedere scusa”, non in modo strumentale, non in modo manipolatorio, non in modo inautentico da parte di un genitore. Facevo un gruppo in cui ad un certo punto è stata un’esperienza molto toccante quando una ragazza ha detto che uno dei ricordi più belli della sua infanzia è stato quando, a dodici anni, il padre affaccendato non aveva potuto accompagnarla a un treno e lei si era sentita molto disorientata , perchè si era trovata da sola, spaesata, perchè il padre era tutto preso dalle sue cose.

Al ritorno il padre aveva chiesto scusa. Non aveva garantito quell’accompagnamento che il mattino non c’era stato (la frittata era fatta), il padre aveva lasciato in una situazione di difficoltà, preso dal suo nervosismo e dalle sue preoccupazioni la figlia, ma ha preso l’iniziativa di rispecchiare, di riconoscere il bisogno che la figlia avrebbe avuto di non essere da sola, di essere sostenuta in quel momento. Il chiedere scusa ha una funzione proprio di rispecchiare; però credo che in questo senso, allora, il punto fondamentale è proprio l’inversione di ruolo, l’identificazione. Il rispecchiamento presuppone la consapevolezza dell’alterità. Allora io posso dire a mio figlio : ”io capisco che in quel momento avevo qualcos’altro da fare, che agiva con una pressione, oggettivamente o soggettivamente, avevo proprio bisogno di lavorare in quel periodo, avevo bisogno di occuparmi di un altro fratello,....”.

E’ un vincolo oggettivo, è un vincolo soggettivo? E’ difficile dirlo, secondo me c’è l’uno e c’è l’altro, quel che conta è che io possa mettermi dal punto di vista dei bisogni di mio figlio, cioè comprendere al di là delle mie giustificazioni quella che era la bisognosità dell’altro. E allora io posso attuare una riparazione attraverso un messaggio di comprensione empatica più profondo. Il mio bisogno non è allora di autogiustificarmi, ma di comprendere. In questo senso il senso di colpa- questa immagine della Miller come accusatrice di torturatori, questa estremizzazione a cui lei ricorre- forse  può impedire quella operazione maggiormente efficace dal punto di vista riparativo che è cercare di mettersi dalla parte di tutta la gamma dei bisogni del bambino. Questo significa però che noi riusciamo a percepire quella che può essere la gamma dei bisogni e quindi in qualche modo presuppone che questa gamma di bisogni emotivi abbiamo potuto in qualche misura riconoscerla dentro di noi. E torniamo al nodo del passato.

L’espressione che ha usato Silvio era molto efficace: il nodo, lo zoccolo duro è proprio: “la sofferenza di un bambino sofferente”,la sofferenza di noi bambini sofferenti.

Questo è il “rospo” da trangugiare, questo è il calice amaro che siamo disponibili a bere solo in parte, ed essendo  però disponibili a bere solo in parte finiamo per non essere pienamente sensibili e consapevoli  di tutta la nostra realtà emotiva. Allora in questo senso io sono d’accordo più con la provocazione di Andrea che con gli altri interventi in quanto dice che quel che è fondamentale e indigesto- c’è una specifica resistenza in tutti noi a portare avanti questo compito- è fare i conti fino in fondo con la nostra infanzia rimossa, percepire tutta la realtà emotiva, tutta l’alterità di cui siamo stati portatori, percepire tutta la gamma di bisogni emotivi di cui in parte siamo consapevoli in parte no, che sono stati calpestati, ricordare tutto ciò che ci è stato fatto, l’attenzione parziale di cui siamo stati oggetto, il desiderio parziale che noi venissimo al mondo. Ricordare tutto ciò che ci è stato fatto, ma non per autocommiserazione ma per ampliare la nostra comprensione di noi stessi  e quindi la nostra capacità poi di comprendere gli altri. Su questo cammino ci troveremo di fronte a delle resistenze fortissime. E’ quello che io verifico nella mia storia personale, verifico nella mia attività di psicoterapeuta, verifico come preferiamo evitare di attraversare fino in fondo la consapevolezza della verità, evitare il dolore associato alla consapevolezza di questa verità, a costo anche di mantenere una parte di rimozione, di mantenere una parte della nostra energia inespressa, bloccata.

 

Laura:

Sì, però Andrea andava più in là, diceva che oltre alla consapevolezza dei torti che abbiamo subito non c’è il passo successivo, che è secondo me il perdono e la comprensione per quell’adulto, che , a meno che non sia altamente disturbato, era inconsapevole di ciò che provocava. Lui diceva che non necessariamente si deve amare e perdonare chi ci ha tolto queste cose. Secondo te allora qual è il passo successivo? Io sono consapevole, prendo coscienza, ciò mi arricchisce anche come adulto e poi  verso colui o colei che mi ha fatto del male che atteggiamento devo tenere?

 

Andrea:

l’atteggiamento di cui parlavo io era il riprendere in mano se stessi da bambini , ciò che non ci è stato permesso di fare; non è un atteggiamento adulto, era il riprendere i miei sentimenti di bambino, quelli che allora non mi è stato possibile esprimere e vivere quelli, e in quei sentimenti, sicuramente, non ci può essere il perdono e la comprensione , perchè essi sono sentimenti adulti, in questi sentimenti c’è (invece) la rabbia, la desolazione, c’è lo sgomento,c’è solo quello.

 

Laura:

Sì, però poi torni ad essere adulto, non puoi permanere in questo stato di bambino. Nel momento in cui torni ad essere adulto qual è il passo successivo?

 

Andrea:

Un po’ alla volta se  ci sono stati sottratti dieci anni di vita da bambino, non vorrai mica tornare adulto in due mesi!

 

Laura:

Sì, ma nel frattempo un genitore, si presume per l’età che abbiamo,ha già una certa età, non può neanche aspettare tanto tempo...

 

Claudio Foti:

Sarebbe sbagliato cercare una ricetta valida per tutti su come comportarsi con i nostri genitori reali; io credo comunque che si possa concordare sul fatto che trattare bene delle persone sia meglio che trattarle male, vivere in pace sia meglio che vivere in guerra, trovare dei punti di compromesso sia meglio che trovare continuamente punti di conflitto, questa può essere un’ispirazione generale, poi ci saranno invece  coloro che devono fare i conti in modo più aspro con i loro genitori perchè le responsabilità dei loro genitori sono state più aspre, al limite violenze, al limite responsabilità molto gravi.

Ciascuno potrà trovare quella che è la modalità di convivenza con le figure dei genitori reali e credo che ci si possa augurare che queste modalità siano basate il più possibile sulla conciliazione, però torno a dire che ciò dipende dai conti in sospeso che occorre fare, che non possono essere unificati, perchè dipendono dal tipo di storia che c’è stata. Però il punto è un altro. Il punto è probabilmente quello di distinguere i genitori veri dai genitori che vivono nella nostra mente, perchè questi ultimi noi proteggiamo, con questi genitori noi vogliamo fare i conti, e distinguerli dai genitori reali.

Il problema è che dentro di noi, secondo la Miller, esistono delle cariche  di idealizzazione certo verso i genitori reali, ma  quella più importante è l’idealizzazione nei confronti dei genitori interni, della rappresentazione interna alla nostra mente dei nostri genitori.

Io penso che il lavoro per ricordare ciò che ci è stato fatto debba fare i conti innanzitutto fra noi e noi stessi, innanzitutto nella nostra mente, nella nostra memoria.

E’ secondario quel che avviene all’esterno.

Io sto sperimentando quanto può essere straordinariamente efficace l’abbinamento dell’analisi individuale allo psicodramma. Nello psicodramma si possono raggiungere degli insight, cioè delle visioni interiori dei bisogni che sono stati calpestati, dei ricordi di ciò che è stato fatto, si possono raggiungere delle espressioni di collera e di odio nei confronti dei genitori, senza che i genitori reali mai e poi mai sappiano nulla di quello che si gioca e in molti casi è meglio che non sappiano mai niente perchè non potrebbero capire, sarebbe troppo faticoso. Non è tanto decisivo coinvolgere i genitori reali, quel che conta è arrivare ad esempio a delle forme di drammatizzazione che risultino liberanti, anche delle cariche di odio e di differenziazione nei confronti delle rappresentazioni dei genitori. Ma è a questo livello che incontriamo le resistenze più forti.

Ci sono persone che dicono: ”Io non voglio per non far male ai miei genitori” e uno gli fa notare che i suoi genitori non ne avranno alcun male perchè non sapranno mai niente di questo, che ha paura di far male ai suoi simulacri, ai vitelli d’oro che ha associato ai suoi genitori, ha paura di far male alla rappresentazione interna delle sue figure genitoriali, vuol mantenerle in un Pantheon interno, per evitare di ricordare ciò che gli è stato fatto, il dolore di ciò che gli è stato fatto, ciò che è mancato. Allora in questo senso forse Andrea diceva  “non è tanto importante andare a conciliarsi con i genitori reali, quel che conta è fare i conti con i genitori interni”, per poter prendere contatto con tutta la nostra emotività, con tutta la gamma dei nostri bisogni, con tutte le frustrazioni che abbiamo vissuto, o almeno con una buona parte.

 

Grazia:

Volevo dire una cosa rispetto alla questione della sofferenza di cui parlava Silvio. Io credo di aver avuto una storia abbastanza simile a quella di Silvio, però in veste di figlia.

Ci fosse qui mia madre probabilmente avrebbe detto le stesse cose. Io ho vissuto fino ai dieci-dodici anni allevata praticamente da mia nonna perchè i miei genitori hanno sempre inseguito il lavoro e un certo benessere economico. A me loro sono sempre mancati tantissimo, io ho imparato ad adorare questa nonna e ricordo di aver anche odiato loro, invece, perchè  li vedevo molto lontani da me, perchè io ero sempre da questa nonna. A dodici anni mia madre mi ha regalato un fratello, fratello  che comunque i miei genitori non hanno mai accettato perchè mia madre l’aveva avuto a trentasei anni  e diceva di essere troppo vecchia per avere un altro figlio, poi c’erano questi dodici anni e io penso proprio che ormai fossero convinti di crescere me figlia unica e questa  nascita è stata una cosa abbastanza traumatica. io non ho tuttora un fratello normale, è un ragazzo  che non ha dei gravi problemi ma seri, di salute e di conseguenza anche non di salute. Mia madre in molte occasioni mi ha chiesto scusa per avermi comunque messa da parte, prima per il lavoro, poi per questo fratello. Io da allora  continuo a soffrire, anche se ho più di quarant’anni, non credo di aver dei rancori nei confronti dei miei genitori, riconosco che mi sono mancate da loro tantissime cose che io, a mia volta, non ho saputo dare ai miei figli. Io credevo che il fatto di aver vissuto negativamente quella situazione mi servisse, una volta diventata mamma, per non rifare più quegli errori, mentre- a parte  il fatto di essermi ritrovata ad essere una mamma troppo giovane-non ho saputo dare loro quello che ritengo adesso di aver dovuto dare. Addirittura adesso mi ritengo in ritardo; ho un figlio di ventuno anni e uno di sedici e non credo di farcela più a dare loro quello che dovevo dare vent’anni fa e continuo a soffrire  e mi chiedo perchè a me è successo di avere un fratello così , è una sofferenza che mi porto dentro e che credo  di non  spegnere mai,anzi, a volte la rimuovo e quando non riesco a farlo  e mi ritorna alla mente  è un peso veramente grande.

 

Lidia:

In tutte le storie, anche le più diverse, opposte, la sofferenza c’è e forse andare troppo alla ricerca della formula per eliminare la sofferenza dei propri figli  è un meccanismo  un pochino perverso, nel senso che comunque più sei istintivo, meno pensi troppo in profondità alle cose  e più vivi; magari è anche un nascondersi come fa lo struzzo, però effettivamente se si va a scavare la sofferenza c’è. Quanto  vale, quanto serve scavare tanto? Se scavi soffri, se non scavi soffri inconsciamente ma soffrono i tuoi figli, quindi...

 

Silvio:

A me viene da dire qualcosa su quanto diceva  Marisa  e cioè  mi sembra che sia alla ricerca per certi versi di una sorta di autoassoluzione per i genitori, che hanno bisogno di autoassolversi, anzichè cercare di fare i conti con il proprio  passato, con la  propria sofferenza.

 

Laura:

Poi è molto bello quello  ha detto Carla prima : non è mai troppo tardi,dai sempre, con altre modalità, ma riesci sempre a dare ai figli.

 

Lidia:

Mi sembra che mio figlio stesse meglio quando io pensavo meno a come dovevo  essere per essere una buona mamma, cioè questi corsi si sono presentati nella mia vita quando mio figlio aveva tre anni, ed erano anni felici, poi si è innescato un meccanismo perverso. Ero piena di certezze  e poi seguendo questi corsi le mie certezze si sgretolano e lui si incupisce sempre di più. E’ questa la tragedia!

 

Claudio Foti:

Sarebbe interessante approfondire questo discorso, nell’ambito di una riflessione sul bilancio delle esperienze, però per approfondirla bisognerebbe avere più informazioni su quello che è avvenuto, non fermarsi a dei dati di questo genere, capire ad esempio  i corsi a cui  ti riferivi che effetto hanno avuto dentro di te, capire di più.

 

Carla:

Io volevo dire una cosa breve a grazia, perchè ha parlato di sé e di una sofferenza che lei si porta dentro. Io sono rimasta molto colpita quando  l’ho conosciuta perchè questa sofferenza di cui lei parla è in realtà una cosa terribile, è terribile quello che lei quotidianamente deve sopportare per andare avanti e mi sembra che le cose che lei ha espresso, questa consapevolezza  di come certe cose che lei non ha avuto come figlia  non è riuscita a trasmetterle ai suoi figli, sia molto importante per poter costruire. Io sono profondamente convinta che, lavorando su se stessi si migliora la propria condizione di vita innanzitutto  e come conseguenza anche la condizione di vita dei propri figli.

 

Claudio Foti:

Vorrei dire qualcosa sulla comunicazione di Grazia, che ho sentito molto legata alla discussione che stiamo facendo.

Io credo che nella tua situazione si possa pensare, applicando un concetto teorico a una situazione di vita “viva”, che la tua sofferenza non è stata adeguatamente rispecchiata.

Tu ci hai parlato del fatto che tua mamma più volte ha chiesto scusa; ebbene, ci sono milioni di modi di chiedere scusa.

Io credo che la tua sofferenza non sia stata pienamente espressa  e non sia stata pienamente rispecchiata, cioè riconosciuta come legittima, ma il trattenimento-quell’operazione per cui diciamo: ”Sì, però adesso basta, sì, capisco, però adesso controllati” -spesso è molto precoce, avviene molto prima di quanto non sarebbe necessario, cioè sarebbe necessario lasciare una maggiore espressione della vita emotiva. Allora la mia idea, la fantasia che ho fatto è che la tua sofferenza -sì, tu ne hai parlato, sì, ci sono  state delle scuse- ma non sia stata nè espressa  compiutamente nè pienamente rispecchiata e quindi ovviamente- ecco qui l’attualità del pensiero della Miller- sia rimasta dentro come qualcosa che non poteva non condizionare il tuo rapporto con i figli, perchè non basta vedere “di testa” le cose, ciò che è fondamentale è la possibilità di prendere pienamente contatto con i bisogni che sono stati frustrati, esprimerli e trovare il rispecchiamento adeguato, perchè attraverso l’altro noi legittimiamo fino in fondo la nostra vita emotiva.

In qualsiasi momento questo può avvenire, anche se in ritardo, ovviamente trovando lo spazio e il luogo idoneo. Questa è un’altra indicazione che ci dà il pensiero di Alice Miller e che noi cerchiamo con i nostri mezzi , ed enormi limiti, di applicare. Cioè se la tua sofferenza non fu espressa pienamente, non fu pienamente riconosciuta, può trovare dei luoghi, degli spazi -certi gruppi che noi facciamo hanno questa funzione- per poter essere riconosciuta da te attraverso la mediazione del gruppo.

Il gruppo può essere proprio il contenitore capace di rispecchiare - un gruppo che abbia finalità di accoglimento anche terapeutico, che abbia una sua continuità, che non abbia un carattere prevalentemente formativo, un gruppo con certe caratteristiche strutturate come luogo di accoglienza, può essere l’ambito dove Grazia, ad esempio, avrebbe la possibilità di essere capita dai membri del gruppo circa ciò che ha vissuto ed ottenere dai membri del gruppo un pieno riconoscimento di quanto ha patito, ma non attraverso un’operazione pietistica, ma attraverso un’operazione realistica di contatto con la realtà di ciò che ha patito. Un’operazione anche cognitiva, di riconoscimento di cosa può aver provato una bambina in quelle condizioni. Il gruppo può avere una funzione di rispecchiamento se diventa un luogo dove possono essere comunicate le emozioni. Quel che conta è mettere in parola le emozioni, simbolizzarle. Molte citazioni hanno parlato dell’importanza di un ambiente  dove sia legittimata l’importanza di riconoscere la rabbia , cioè che la rabbia possa essere detta, simbolizzata. ”Io sono tanto arrabbiato perchè mio fratello ha fatto così e io vorrei proprio  buttarlo nell’immondizia“. La rabbia, essendo simbolizzata non è agita, quindi dobbiamo distinguere la simbolizzazione della rabbia dal controllo della rabbia. Noi possiamo dire ad un figlio: ”Controllati” senza che questo figlio abbia maturato una capacità di simbolizzare, cioè di mettere pienamente in parola, di sentirsi legittimato a tradurre in simbolo il suo sentimento di aggressività.

Il gruppo può essere un luogo di simbolizzazione dei sentimenti  e non solo di quelli piacevoli; il gruppo cresce se dà la possibilità di simbolizzare  anche e soprattutto le emozioni negative di dissenso, di critica, di dispiacere, di angoscia, di sofferenza -“qui si parrà la tua nobilitate”- cioè è la capacità  di reggere, di contenere  le emozioni negative, nel gruppo come nei processi educativi che  mette alla prova la nobilitate del gruppo stesso o del processo educativo.

Però in effetti, quando noi chiediamo talvolta anche  con pignoleria o con ossessività “qual è il sentimento che hai vissuto?” proviamo a fare un’esperienza  e proviamo a comunicare qual è il vissuto emotivo che nel qui e ora  è stato sperimentato. Credo  che questo tipo di metodologia abbia proprio alle spalle questa filosofia, cioè la filosofia di fare in modo che, per quanto possibile, e nei limiti del consentito, il gruppo proceda perlomeno verso una crescita della capacità di mettere in parola le emozioni più importanti che circolano in quel momento nel gruppo stesso.

Io credo che in questo senso Alice Miller dica qualcosa che mi pare significativo: è soltanto se io torno indietro, ma non per macerarmi in modo autocolpevolizzante, torno indietro a sentire, torno a  prendere contatto con la mia emotività che faccio un cammino liberante e soltanto in questo modo, raggiungendo una situazione in cui posso  esprimere pienamente tutta la mia sofferenza  e posso essere riconosciuto, amplio la mia capacità di comprensione empatica dell’altro, la qual cosa mi può servire nella relazione educativa, in famiglia o nella scuola. Questo è il progetto; allora il problema è che se c’è qualcosa di inefficace è perchè in realtà si è riusciti a imbrogliare su questo progetto, cioè questo progetto l’abbiamo fermato a metà. Abbiamo detto che volevamo prendere contatto con la nostra infanzia ma non l’abbiamo fatto, perchè se questo cammino è stato fatto  non ci può essere che un arricchimento della nostra consapevolezza  e della nostra sensibilità che è il parametro poi per essere più consapevoli e più sensibili ai bisogni degli altri .

 

Riprendiamo il seminario con alcuni interventi:

 

Giuliana, insegnante:

“Quello che io ora posso portare a questo seminario sul pensiero di Alice Miller, non essendo io una specialista nè una psicologa, nè avendo altro titolo a cui mischiarmi se non quello peraltro decisamente rilevante di un profondo interesse per questi temi, è ovviamente qualcosa di personale, di strettamente legato alla mia esperienza e che si riferisce a quello che io ho colto e che mi è rimasto dentro in seguito alla lettura e rilettura dei testi di questa autrice.

Una prima sensazione che vorrei comunicare  e che so condivisa da altre persone, non solo del mondo della scuola, è quella del senso di sollievo che ho provato leggendo i libri della Miller. Finalmente qualcuno diceva a tutte lettere, per disteso, per iscritto, con chiarezza e soprattutto portando prove ed argomenti assolutamente decisivi quello che molti di noi da tempo avevano intuito, cioè la frequenza della disattenzione riservata ai sentimenti dei bambini e la gravità delle conseguenze di questa disattenzione. non solo per quanto riguarda il presente di questi bambini disattesi e inascoltati, ma soprattutto per quanto riguarda il futuro e l’influenza che questi sentimenti non riconosciuti e non espressi avranno sul loro modo di comportarsi da adulti nei confronti dei bambini con cui si troveranno ad interagire.

Un atteggiamento diffuso che mostra totale trasparenza dei bambini per certi adulti, è l’abitudine a parlare di loro,dei bambini, in loro presenza, come se non ci fossero. Sembrano trasparenti, proprio nel senso che lo sguardo di questi adulti li attraversa , passa oltre, non li vede e quindi non può cogliere quello che essi trasmettono .

Questi adulti parlano come se i bambini non ci fossero , non solo per il contenuto a volte delicato di ciò che dicono,  e che richiederebbe magari un’analisi seria tra adulti, oppure il coinvolgimento diretto dell’interessato, ma il più delle volte proprio per la forma di chiacchiera che questo parlare assume. Alludo  a certe conversazioni da marciapiede, all’uscita della scuola, sulla soglia di un negozio, con il bambino appeso alla mano della mamma  e questa che racconta com’è il bambino, cosa fa, se è ubbidiente, se è disubbidiente, cosa gli piace e il bambino sta lì, evidentemente abituato a questo stile e a ignorare o a reprimere i suoi sentimenti. Se ne sta inerte, non reagisce, non interviene, come farebbe invece un bambino sano e partecipe. Una circostanza un po’ diversa è quella, invece, in cui si ricerca la complicità del bambino e con un largo sorriso accattivante  gli si dice: ”Va’ per favore un po’ più in là a fare un giro, a giocare,  perchè io e la mamma dobbiamo parlare”. Qui però non abbiamo già più una trasparenza, un passare inosservato del bambino, sono semmai i suoi sentimenti che passano inosservati. Il bambino qui noi lo vediamo, quello su cui sorvoliamo allegramente è ciò che lui prova in quel momento e raramente ci ricordiamo di chiedergli  e chiederci anche solo con uno sguardo attento alla sua espressione se gli dispiace, se si sente tagliato fuori, se pensa che noi sappiamo e vogliamo comunicare tra noi cose terribili sul suo conto. E qui devo fare una comunicazione in prima persona perchè mi è accaduta una cosa che mi sembra estremamente significativa, ed è questa: nel formulare queste tre domande mi sono resa conto che le frasi che  si erano presentate alla mia mente   nella loro formulazione originaria, immediata, erano in forma negativa; erano :”non ti dispiace, vero?”, anzi, forma negativa assertiva la chiamerei: ”Non ti senti mica tagliato fuori?!”, ”Mica penserai che sappiamo e vogliamo comunicarci cose terribili sul tuo conto!?” .

Domande così formulate, specie se si coglie -e i bambini lo colgono- l’aspetto ansioso e preoccupato  che sta sotto, non permettono certo al bambino di dire quello che prova.

Per di più nel caso davvero provasse questi sentimenti, ormai chiaramente percepiti come negativi, da non avere, grazie al tono più che al contenuto della domanda, gli si aggiungerebbe un bel senso di inadeguatezza  nell’accorgersi non solo di avere delle paure, delle incertezze cosa di per sè già riprovevole, ma di avere pure delle paure e delle incertezze assurde, risibili, inadeguate, cosa certamente da non confessare, da nascondere, da cacciar giù in fondo in qualche posto dove nessuno possa trovarle. E intanto far finta di niente, far una bella faccia allegra e spensierata e far contenta la mamma  che ha un figlio forte che non le dà preoccupazioni.

Ma non è finita; quel famoso tono ansioso e preoccupato così ben mascherato sotto un’aria scherzosa  appena due righe sopra ad una normale allegrezza, non sfugge certo a quel mostro di recettori e di sensori che è il nostro interlocutore bambino e se la mamma o la maestra, questa persona grande che mi vuole bene è preoccupata, e   ci tiene tanto a rassicurarmi vuol dire che  è proprio il caso di preoccuparsi, vuol dire che hanno paura che io non regga,  che non sopporti, che questa cosa che non so cos’è  hanno paura che mi faccia male. Allora c’è qualcosa di misterioso che può farmi male e loro vogliono che io non lo sappia  per non spaventarmi. Mamma che paura!

Non posso a questo punto fare a meno di pensare a tante persone che non sanno spiegarsi l’origine delle proprie insicurezze, delle proprie paure, del proprio senso di inadeguatezza, io credo che oltre a me ci sarebbero chissà quante altre persone  cui sarebbe venuto naturale comportarsi come ho detto sopra,  e non vi avrebbero ritrovato proprio niente ma niente di maltrattante, così come io stessa non mi sarei accorta senza le letture e le riletture  dei libri di Alice Miller. Tante volte diciamo: ”Ma i miei  genitori non mi hanno fatto mica fatto mai   niente di terribile! Perchè sono venuta fuori così?”, infatti non riusciamo a trovare terribile un comportamento che, a nostra volta, ci viene così naturale forse perchè semplicemente non ci immedesimiamo nei bambini e nel loro stato d’animo. Bambini che un tempo siamo stati noi e stato d’animo che fu nostro, così massicciamente ignorato dai nostri adulti di riferimento.

 

Claudio Foti:

A me pare che questo intervento sia stato utile ed abbia ripreso il concetto di attenzione alla vita emotiva altra  rispetto a quella dell’adulto, differente, specifica, originale, di cui il bambino è portatore. Mi è molto piaciuto questo passaggio  riferito agli adulti che parlano come se non ci fosse un recettore sensibile  vicino a loro. “Tanto lui non capisce”. Qui abbiamo il massimo di negazione  della ricettività emotiva, cioè dell’esistenza della soggettività. Credo che possiamo aprire la discussione e riprendere l’esempio su cui si è soffermata Giuliana : i genitori che hanno bisogno qualcosa per sé e credo che sia importante anche che i genitori possano rivendicare il rispetto della propria vita emotiva  in quanto genitori, in quanto adulti e quindi chiedere degli spazi anche di discussione per sè. In che misura è possibile è sacrosanto, è giusto che i genitori possano mantenere un contatto con la propria bisognosità di adulti, la legittimità del proprio spazio anche per sé senza per questo negare la capacità di  rispetto empatico della vita emotiva del bambino.

 

Anna, psicologa:

Io ho letto la Miller per la prima volta dando l’esame di psicologia dinamica a Padova  e per caso, tra i libri facoltativi, ho scelto questo “Dramma del bambino dotato” che era accattivante; forse  c’era qualcosa di mio nella voglia di andarlo a leggere e ricordo che è stato il primo - e forse l’unico- libro tra tutti quelli che ho letto all’Università che mi ricordo bene, forse è l’unico che mi ricordo così bene perchè è stato un incontro con un adulto soccorrevole -che era la Miller -e con un bambino che ero io. E’ stata forse la prima volta che, in modo importante, emozionante, io ho incontrato il bambino che ero stata, e quindi  leggere la Miller è per me sempre incontrare delle emozioni molto forti. Io la Miller la faccio leggere il più possibile, nel senso che ho regalato moltissimo  i suoi libri a chiunque mi sembri abbia un po’ voglia di andarsi a vedere  e lo faccio non solo perchè  credo che ci siano nei libri della Miller delle cose molto importanti da incontrare personalmente, ma perchè credo che la Miller abbia avuto anche il pregio di riportare il discorso psicologico ad una comprensibilità. E’ comprensibile la Miller, è vicina e avvicinabile facilmente pur nella complessità e nella sfaccettatura del suo pensiero.

Quando mi sono messa di fronte a questo notes ho lasciato andare i pensieri e ho messo in storia e in parola,  come se fossi una mia paziente,e fate conto che io parli per lei: io sono Patrizia.

La mamma sta in mezzo a una situazione che la fa soffrire .Io la guardo, sono piccola- è da quando sono piccola che succede- la guardo, sto zitta, mi angoscio, la guardo ...Lei sta male ed io sto male specie il sabato e la domenica, in cui papà non torna mai a casa , non sappiamo dov’è e quando torna son litigi e son litigi tremendi, a volte volano anche cose ...

Adesso che sono grande io sto con tutti e sto con nessuno . Mi iscrivo all’Università, per dimostrare che so decidere anche contro, ma poi non vado fino in fondo . Ho dato tutti gli esami, ma non mi laureo. Sto di nuovo in mezzo: potrei andare avanti e finire oppure potrei non finire e decidere che non pago più le tasse universitarie, non la finisco più l’università, non faccio nè l’uno nè l’altro . Sto in mezzo. Faccio come la mamma non mi permetto mai di sentire fino in fondo dentro di me quello che mi provoca sofferenza e quello che mi fa contenta. Sto in mezzo, . come mamma. Sto in mezzo e non sto da nessuna parte; caccio giù la mia angoscia  e col mio silenzio ti proteggo, ti proteggo, mamma, col mio non decidere oggi, con lo stare con nessuno ...come hai fatto tu.”

 

Patrizia mi è venuta in mente perchè quando è stato possibile sentire bene tutte le cose  legate alla sua storia, la mamma reale, quella che abita da qualche parte, si può andare a trovare, si può stare con lei , si possono fare tante cose con i limiti che questa mamma continua ad avere, ma potendo anche assaporare le cose belle che invece prima non si potevano nemmeno vedere. Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente pensando alla Miller. La seconda invece è che mi sono accorta, leggendo nuovamente “L’infanzia rimossa”, che a p.84 diceva questo: ”Non c’è nulla che sia più facile da zittire della sincera voce di un bambino ,specie in un’aula giudiziaria “ .

Questa cosa mi ha colpito tantissimo perchè io sto seguendo una bimba  che si chiama Micaela che ha subito un gravissimo abuso da parte del papà - è stata fatta una perizia, è stato deciso che era attendibile- e qualche giorno fa ho saputo che la bimba era stata convocata per testimoniare in un’aula di tribunale; mi è sembrata una cosa tremenda. La Miller continua e dice: ”si sono trasformati in complici dei responsabili esattamente come avevano imparato a fare da bambini”.

L’unica operazione che riesco a fare e che mi aiuta è  pensare che queste persone che hanno pensato di far testimoniare questa bimba in questo modo-adesso ci hanno ripensato-sono tanto  distanti dal sentire quei bambini che sono state e che, a loro volta, facevano fatica in qualche momento. Poi mi è venuto in mente ancora un esempio, sempre tratto dal mio lavoro, di come anche quando comincio a riconoscere il bambino che sono stato, comincio a sentire quello che quel bambino sentiva, quello è il calice amaro che non sempre ho voglia di bere . Mi è venuta in mente una mamma, la mamma dì Umberto. Viene e mi parla del suo bambino  e io capisco che questa mamma fa molta fatica con questo bimbo, gli  chiede delle cose, di essere formalmente in un certo modo: di stare composto a tavola, di fare i compiti in un certo modo, di parlare in un certo modo, e questa cosa per lei è importantissima e questo bimbo dall’altra parte ne fa di cotte e di crude. Ad un certo punto del nostro lavoro questa mamma mi dice: ”Sa, anch’io quando ero piccola ho avuto dei genitori che volevano che io fossi una bambina educata”, ne parliamo e lei si riconosce e va a vedere questa bimba e riconosce di aver fatto una scoperta importante.

Poi va a casa, la volta dopo torna, si siede e la prima cosa che mi dice è: ”volevo dirle che i miei genitori mi hanno amato tantissimo, è vero che l’altra volta le ho detto tutta una serie di cose però...” . Sì, ci vuole tempo ed è una bella scommessa, però è una scommessa che val la pena di giocare, perchè anche solo questo breve riconoscimento ha condotto  a questa mamma e a questo bimbo  un benessere. Una scommessa per la quale ci vuole tempo e pazienza.

 

 

Intervento scritto di Giovanna, insegnante:

Alice Miller si dichiara con molta veemenza  contraria a qualunque pedagogia asserendo che ogni sistema educativo riflette soltanto i molteplici bisogni dell’adulto  più che mirare al soddisfacimento dei bisogni del bambino. Ella asserisce testualmente che questo però non significa che il bambino debba crescere  come un piccolo selvaggio; egli ha bisogno di rispetto, di tolleranza, di sensibilità e di onestà da parte dei genitori, la cui stessa libertà provvederà poi a porre al bambino limiti naturali e più avanti aggiunge che egli, il bambino, ha un enorme bisogno di trovare nell’adulto un compagno sia sul piano psichico che su quello fisico. Per consentire al bambino di estrinsecare pienamente tutte le sue potenzialità tale accompagnamento deve avere le seguenti caratteristiche:

(I primi tre punti ripetono quanto detto sopra a proposito di attenzione, rispetto e tolleranza, il quarto punto aggiunge:)

disponibilità ad imparare dal suo comportamento alcune cose:

 a) Sulla natura di quel singolo bambino

b) sul proprio essere bambini, che rende i genitori  da parte loro in grado di compiere il lavoro del lutto

c) Sulla natura della vita affettiva che nel bambino si può osservare molto più chiaramente che nell’adulto in quanto il bambino può vivere i propri sentimenti in modo più intenso e, nel caso ottimale, in modo meno contraffatto che non l’adulto (Cit.tratta da “La persecuzione del bambino”), ma, per imparare dal bambino ci è necessario provare empatia; d’altra parte l’empatia cresce quanto più si impara. Antitetico a questo è l’atteggiamento dell’educatore  che vorrebbe un bambino fatto “così e cosà” o che crede di doverlo avere così e cosà e tenta di plasmarselo in base alla sua idea, in vista di quegli scopi sacrosanti.

Io trovo tutte queste affermazioni in sè condivisibili e, in buona parte, anche illuminanti, è però la globalità del discorso che mi risultà oscura, soprattutto se considerata ai fini pratici, nella duplice accezione di concreti e morali. Innanzitutto queste scarne indicazioni date a chi non voglia essere un educatore “nero”, mi sembra sottintendano la necessità di una trasformazione radicale dell’atteggiamento mentale nei confronti dei bambini e del bambino che ciascuno di noi è stato. Una simile trasformazione comporta tante e tali resistenze che mi pare inevitabile ritenerla attuabile solo mediante una terapia psicoanalitica e\o una seria attività di formazione. Forse non è così, ma di questo la Miller non parla, quantomeno in modo rilevante; ci fa scorgere l’abisso di distruttività della pedagogia nera  e i meccanismi che ce la rendono familiare e praticabile  inconsapevolmente, tuttavia auspica, per le generazioni future, libere da aggressività distruttiva e autodistruttiva, che conseguano questo risultato leggendo libri antipedagogici e compiendo nuove esperienze. In secondo luogo mi pare che, se è vero che il bambino ha bisogno di un adulto che sappia essere un compagno, è altrettanto vero che questo compagno deve saper assumersi la responsabilità di incoraggiarlo in un’attività o atteggiamento che risulti evolutivo per il bambino stesso o di dissuaderlo e contenerlo in rapporto ad azioni o attitudini fortemente pericolose o autodistruttive.

Inoltre chi se non l’adulto può svolgere il ruolo di oggetto di idealizzazione con tutto l’inevitabile corollario di trasmissione di valori enorme?

Le affermazioni della Miller non fanno intravedere come sia possibile porre al bambino dei limiti di cui egli può non comprendere il significato o l’utilità senza ferirne la sensibilità, stabilire delle norme senza limitare l’autonomia del bambino stesso o, in caso di bambini educati secondo i canoni tradizionali, come riuscire a contenerli mantenendo un atteggiamento rispettoso nei loro confronti. Infine se esiste un consenso sociale, esiste un’esigenza di codici enorme; questi possono e devono essere flessibili, in trasformazione continua, ma tuttavia esistono in quanto tali, dunque pongono un problema centrale al genitore, all’insegnante e a tutti quegli adulti responsabili in modo diretto della crescita dei bambini, il problema, cioè, di insegnare a rispettare la norma, sia pure avendone coscienza ed essendo in grado di criticarla.

Per quanto riguarda principi e valori io, adulto che condivido le analisi fatte da Alice Miller, posso e devo sottrarmi alla funzione di indicare con l’esempio e il dialogo le cose in cui credo, che fanno da sfondo a tutta la mia esistenza  e che mi hanno spinta all’accettazione delle stesse analisi della Miller? Dunque è veramente possibile eliminare ogni pedagogia dal nostro panorama culturale? O non è forse auspicabile una ricerca pedagogica che faccia uno sforzo costante di esplicitazione di se stessa, dei suoi scopi e dei suoi mezzi, al fine di trasmettere ai bambini soprattutto la consapevolezza di sé, delle interazioni con gli altri e delle possibili conseguenze di queste ultime?

 

Franca, psicologa:

In un primo tempo io volevo parlare del coraggio, della forza evocativa e delle mille argomentazioni con cui Alice Miller affronta l’attacco alla psicoanalisi, alla sua formazione psicoanalitica  e al senso di ingabbiamento che l’ha spinta a cercare una verità emotiva . Volevo fare la difesa di tutte le tesi della Miller, ma poi mi sono messa a scrivere e in realtà non avevo voglia di ripercorrere i vari assunti dell’opera milleriana e mi veniva invece da farmi delle domande, domande che rispecchiano il mio bisogno di rendere consapevole  il rapporto di relazione che il soggetto ha nei vari contesti, nel momento in cui una è madre, nel momento in cui è figlio, psicologo, o psicoterapeuta.

La prima domanda che mi ponevo era quella se non è forse un’illusione quella di svestirsi del ruolo di esperto, del ruolo di colui che sa che è tipico del genitore, dell’insegnante e anche del clinico, nel momento in cui vede il proprio paziente, in quanto il contesto stesso ne definisce la posizione e, in alcuni momenti, ne è anche imprescindibile.

In molti momenti del rapporto (nell’esempio terapeutico) di consulenza, è il cliente stesso che ha bisogno di questa posizione superiore, di maggiore consapevolezza del terapeuta, perchè il suo bisogno di dipendenza, di ascolto faccia riferimento ad una persona autorevole.

In altri momenti proprio questa condizione di posizione autorevole che assume il terapeuta  è quello che può bloccare, come ci dice Alice Miller,  lo sviluppo della ricerca della verità, lo sviluppo del riaccostarsi alle proprie verità emotive, e quindi la posizione  di ruolo ha in sé l’ambivalenza  di essere vincolo-risorsa. Importante, però, è che si abbia la consapevolezza  della posizione di ruolo che l’altro ti vuole dare o che tu ricopri in quel momento perchè non puoi farne a meno in quanto, quando  si inizia una consulenza, chi viene da te viene perchè ha bisogno di aiuto. Questo stesso fatto ti definisce nella tua posizione di ruolo.

Sta all’intreccio della relazione sviluppare un discorso non di dipendenza, ma di individuazione, di valutazione della soggettività della persona. Mi chiedevo, quindi, qual è il giusto posto per  il funzionamento della relazione tra un consulente terapeuta, un insegnante o un figlio e un genitore e quali sono i criteri che ci possono far capire se siamo  in una posizione autoritaria . Per Alice Miller, quella  che Kohut chiama empatia  aiuta a capire i vari momenti dell’intreccio terapeutico. Non è, come giustamente critica Alice Miller, l’interpretazione razionale o il metodo delle libere associazioni, perchè anzi per lei è stato un momento di blocco il discorso interpretativo, perchè non ha lasciato lo spazio a tutto il discorso dello sviluppo della propria emotività e della ricerca di quali erano le verità emotive della propria infanzia.

L’ascolto empatico è forse quindi lo strumento per trovare la giusta distanza che meglio potremmo definire: ”spazio di riflessione emozionale”, che significa porsi al di fuori per potersi pensare come soggetto emotivo che vive certe emozioni in rapporto anche all’altro.

Infine mi chiedevo se ci poteva essere uno spazio di consapevolezza autorevole, per poter accompagnare il soggetto verso la conoscenza della verità. Alice Miller parla infatti del testimone consapevole, che non impedisce all’altro di sentire in quanto ha imparato a sentire i propri sentimenti inespressi e non si autoinganna per superare il conflitto di lealtà verso i genitori o i costrutti ideologici di appartenenza.

 

Claudio Foti:

A me pare che gli interventi che ci sono stati possano servire a mettere in rilievo alcuni punti per la discussione o comunque per la riflessione, che anche in altri momenti proseguiremo.

Il primo punto, torno a ribadirlo, ricollega tutto il discorso fatto sul rispecchiamento a quello sulla sensibilità e il rispetto, sull’attenzione alla vita emotiva del bambino.

Riflettevo proprio recentemente su una cosa che le maestre di scuola materna di mio figlio mi hanno detto e cioè che è raro che i bambini vadano a casa dalla scuola materna e riferiscano quanto in scuola materna hanno fatto, le esperienze, per cui genitori spesso si lamentano perchè non sanno. La cosa mi ha provocato molta soddisfazione nel senso che è partita dal fatto che  io ero a conoscenza di certe cose che il bambino comunica, le canzoni che impara, etc, e ovviamente ho subito avuto la preoccupazione che questa capacità comunicativa di mio figlio possa mantenersi nel tempo. Però mi son posto il problema: perchè  bambini sin dall’asilo smettono di comunicare le cose significative che possono fare all’interno della scuola materna? Mi sono ricordato di come  sin da bambino io avevo questo pudore, questo senso di fastidio, questo timore di essere  frainteso  a comunicare esperienze significative appartenenti alla scuola e poi, a maggior ragione, appartenenti alla propria esperienza esistenziale. L’apice lo si raggiunge poi per le esperienze significative per eccellenza, che sono quelle attinenti alla affettività e alla sessualità, quelle raggiungono il più alto indice di non comunicazione, come se la generazione che segue sentisse il bisogno, tanto più l’esperienza  che compie è significativa, di tenerla per sé e di non farne oggetto di comunicazione alla generazione che precede.

Se io ho preso spunto da un fatto significativo, come credo, dobbiamo chiederci cosa sta dietro questo bisogno di rompere la comunicazione, di non prendere l’iniziativa comunicativa sin dalla più tenera età.

 Io ho l’impressione che una risposta possa essere la seguente: cioè il bambino sin dalla tenera età comprende che rischia di non essere preso sul serio come portatore di un’esperienza originale, importante anche se diversa da quella dell’adulto. “Essere preso sul serio” evoca un’altra espressione, che è “prendere in giro”; quante volte gli adulti prendono in giro? Sul punto dell’affettività e della sessualità anche qui raggiungono l’apice; la scherzosità che parte da un senso di superiorità dell’adulto nei confronti dei moti, dei desideri ,delle curiosità attinenti al sesso. Quante battute sulla “fidanzatina” che al bambino si  fanno, che sono caratterizzate  da una violenza psicologica potente, dall’incomprensione che per il bambino quella  curiosità è una cosa è molto seria. Ovviamente l’adulto -com’è vero che la competitività anche in materia sessuale non solo parte dall’adulto- che fa il confronto ( in termini freudiani si direbbe tra i peni) tra la propria affettività, sessualità- quella sì che è sul serio-con quella in fieri che invece deve essere rinviata come inadeguata, come goffa, come ridicola del bambino, come se fosse meno serio l’interessamento per la bambina, per la coetanea che il bambino può esprimere rispetto a quello dell’adulto, come se ci fosse una sproporzione in cui una è vera e l’altra è meritevole di frizzi e di lazzi.

L’adulto prende in giro, non prende sul serio, non dà quell’attenzione partecipe che invece riserva all’amico quando gli racconta del nuovo sport o della nuova ragazza che ha trovato o della nuova esperienza di lavoro che ha compiuto; in quel caso si  riserva un’attenzione che invece viene a mancare per il bambino che porta un’esperienza. Si fa fatica ad immedesimarsi con il valore ed il significato emotivo che può avere l’esperienza che racconta il bambino. Allora mi chiedo se non sia per questo che ad un certo punto il bambino tira le conseguenze ed evita di parlare. Questo è evidente nel campo delle esperienze affettive e sessuali che fa sì poi che la comunicazione avvenga tra coetanei, magari caratterizzata da ignoranza, confusione, incapacità di riflettere sugli aspetti maturativi della sessualità . D’altronde mancando il dialogo- noi lo riscontriamo-  con gli adulti e con i genitori i ragazzi si comportano di conseguenza.

C’è qualcosa di interessante nel pensiero di Alice Miller come critica dell’ideologia. La critica alla pedagogia in quanto tale, la critica al concetto di educazione è in realtà per Alice Miller una critica all’ideologia. Che cos’è l’ideologia?

L’ideologia è un’insieme di costrutti teorici, di affermazioni che sistematicamente rischiano di negare l’attenzione alla vita emotiva. L’attenzione alla vita emotiva dell’altro è l’operazione meno ideologica che c’è, perchè la vita emotiva è il massimo di realtà, insopprimibile. Sì, noi possiamo rimuovere la vita emotiva, ma allora produrremmo un sintomo. La vita emotiva è l’insieme dei bisogni; se  noi neghiamo un bisogno ci sarà un qualche inconveniente che verrà a prodursi. La vita emotiva è la realtà del soggetto, l’ideologia è invece qualcosa che nega questo imperio che ha una duplice diramazione: fare attenzione alla mia vita emotiva, fare attenzione alla vita emotiva dell’altro.

Riflettevo recentemente sulle ideologie che hanno avuto influenza nella scuola italiana. Schematicamente, per  non parlare a lungo, abbiamo innanzitutto l’idealismo filosofico del fascismo nella fase di costituzione; nel dopoguerra abbiamo il cattolicesimo, il marxismo, il cognitivismo. Sono ideologie molto differenti che adesso non mi interessa analizzare, però sono tutte accomunate dal misconoscimento della centralità della vita emotiva dell’allievo, sono accomunate, al di là della loro diversità, dalla negazione del fatto che i  processi educativi  e dei processi di apprendimento non possono svilupparsi efficacemente se esulano dal rispetto della vita emotiva dell’allievo. Mi interessa sottolineare come la critica dell’ideologia è tutt’uno con l’affermazione della centralità della vita emotiva, le ideologie ci portano sempre ad essere disattenti a qualche aspetto del nostro bisogno. Una critica delle ideologie  come critica a degli atteggiamenti che ci fanno perdere di vista qualche pezzo di noi. Forse anche la psicoanalisi è diventata ideologia nel momento in cui ha esaltato la pulsione sessuale e ha misconosciuto altri bisogni della vita emotiva, il bisogno di rispecchiamento, di attenzione, di tenerezza, di valorizzazione. Anche la psicoanalisi può diventare ideologia se ipostatizza, esalta un bisogno perchè questo rientra in uno schema teorico e dimentica invece altri bisogni  che fanno parte della realtà del soggetto umano. Si potrebbe fare una riflessione sull’ideologia  cattolica e su quali  bisogni ha negato e rischia di negare, così come una critica della pedagogia in questo senso. Forse allora vale la pena di entrare nel merito di questa questione tanto dibattuta  che l’intervento di Giovanna ripropone. Ella dice che c’è comunque bisogno della pedagogia perchè c’è il riferimento a delle norme, a dei valori , a delle regole che è un riferimento in qualche modo obbligato nella trasmissione da una generazione ad un’altra generazione e cita questa affermazione che voglio riprendere:

“Se si educa un bambino esso imparerà a sua volta ad educare-bisogna capire cosa significa ‘educazione’ per Alice Miller-se si fanno prediche morali imparerà a predicare, se lo si ammonisce imparerà ad ammonire, se lo si rimprovera imparerà a rimproverare, se lo si deride imparerà a deridere, se lo si umilia imparerà a umiliare, se si uccide la sua anima imparerà ad uccidere”. Sostanzialmente bisogna, dice, creare un clima relazionale ed emotivo dove lui possa imparare il rispetto di se stesso. Questo è il fondamento perchè cresca integro, coraggioso, capace di mettere in parola i sentimenti e quindi anche capace di difendersi dalle ingiustizie e capace di essere sensibile nei confronti degli altri.

Aggiunge la Miller:” Questo però non significa che il bambino debba crescere come  un piccolo selvaggio; egli ha bisogno essenzialmente di rispetto da parte delle persone di riferimento, di tolleranza dei suoi sentimenti, di sensibilità per i suoi bisogni, per le offese che riceve, di onestà da parte dei genitori, la cui stessa libertà -e non le riflessioni educative- provvederà poi a porre al bambino limiti naturali. Cioè dice Alice Miller: ”Certo che bisogna trasmettere  i limiti al bambino, ma questi limiti non partono da riflessioni educative precostituite, da una morale che si trasmette fissa, immutabile, perchè lo dice Marx, perchè lo dice il Vangelo- cioè in riferimento a degli insegnamenti estrinseci- perchè lo dice lo Stato, perchè lo dice la morale, perchè lo dice l’Igiene, l’Educazione.

I limiti vanno trasmessi proprio a partire dall’esigenza dell’adulto di difendere i propri bisogni e la propria libertà. Cioè proprio a partire- e  questo è secondo me un aspetto di Alice Miller che non  è sviluppato, che bisognerebbe sviluppare, ma è tutto interno al suo pensiero- a partire dal rispetto per la propria vita emotiva. Questo  è l’ancoraggio sul piano di realtà che fonda l’educazione (non nel senso inteso dalla Miller) che fonda quella necessità di assumere dei comportamenti relazionali che in qualche modo in famiglia, nella scuola devono essere assunti: norme, valori, regole.

E’ proprio  quest’ultimo punto a creare le maggiori difficoltà, cioè porre al bambino limiti naturali. Cosa vuol dire?

E’ proprio questo il punto difficile, dice la Miller.

·        

Se i genitori hanno dovuto imparare molto presto nella vita a regolare i propri sentimenti, a non prenderli sul serio, anzi a disprezzarli e a deriderli, allora verrà loro a mancare la sensibilità necessaria per orientarsi nel rapporto con i figli. Invece di trovare l’ancoraggio nel rispetto di se stessi lo trovano nelle regole educative esterne e quindi invece di andare a rispettare quei bisogni cercheranno di applicare come protesi i principi educativi. Avranno paura per esempio di mostrarsi affettuosi con loro pensando di viziarli, oppure in altri casi  nasconderanno dietro la formula di qualche comandamento il loro personale sentimento di essere offesi. Cioè invece di dire: ”Il tuo comportamento mi fa star male, mi crea inquietudine, io ho bisogno di dormire, quanto tu mi hai detto mi arrabbiare, se tu continui così io sento che non ce la faccio più e poi perdo il controllo” (sono “messaggi Io”, io che faccio riferimento al mio ancoraggio emotivo), invece di dire: ”Io mi sento offeso come persona”, si dice: ”Il quarto comandamento dice: ’Onora il padre e la madre ”, cioè ricorro ad una generalizzazione, a scapito del riferimento alla soggettività come parametro. Questo aspetto fa sì che il discorso della Miller non possa essere frainteso come un atteggiamento che sconfina in una sorta di iper-oblatività materna, un atteggiamento di dedizione  tendenzialmente masochista del genitore che è sempre pronto a fustigare se stesso e a confondersi con il permissivismo.

Io che sono stato come tutti voi credo, un bambino che è stato educato a ignorare  i propri sentimenti nella propria  infanzia, mi ritrovo questo aspetto per esempio nel momento in cui devo far addormentare i miei figli, perchè per far addormentare i bambini bisogna anche avere rispetto per se stessi e rispetto anche per i propri bisogni di andarsi a riposare. E questo riferimento deve essere esplicito, deve circolare un linguaggio che fa riferimento alle emozioni in famiglia, ai bisogni. Il mondo dell’adulto non deve presentarsi come una maschera di forza, deve presentarsi con la propria bisognosità, nei confronti della quale deve mantenere un contatto. Mantenendo questo contatto si può anche raggiungere, secondo me, fermezza, e trasmettere ai figli limiti naturali fondati sul rispetto dei bisogni di tutti, compresi i bisogni dell’adulto. Questo non è un atteggiamento antitetico rispetto della vita emotiva del bambino, anzi è in sintonia.

Quei genitori che non hanno imparato da bambini ad avvertire bisogni propri e a difendere i loro interessi, visto che non era stato loro accordato il diritto di farlo, rimarranno per tutta la vita privi di orientamento e perciò si aggrapperanno a norme educative fisse oppure ad atteggiamenti oscillanti, incoerenti, deboli. Ovviamente la capacità di rispetto di sè è poi il fondamento per essere in sintonia con il rispetto degli altri.

 

Marina:

Io quando ho letto per la prima volta Alice Miller e ho letto per primo la “persecuzione del bambino”, da brava pedagogista e sono arrivata fino agli ultimi; adesso cominciamo a sentire nei testi pedagogici della centralità della vita emotiva del bambino, ma se soltanto penso, ad esempio ai programmi relativi all’idealismo e alla riforma Gentile, il bambino era scemo, era il fanciullino. E questo ha condizionato moltissimo la scuola. La mia preoccupazione è stata quella  che si va a scardinare qualche cosa ma bisogna fare molta attenzione a non scardinare fino  a tal punto da poi ritrovarsi in un....

E quindi credo che quelli che leggano Alice Miller debbano andare alla ricerca e costruirsi in ogni caso un modello pedagogico che va nella direzione dell’emotività, dell’attenzione all’affettività del bambino, però indubbiamente la prima impressione è stata: ”Oddio, distruggo tutto, dove vado a recuperarmi”? Il discorso dei principi morali vissuti come protesi mi aveva scioccato,ma poi chiaramente, ad una lettura più attenta, ci si rende conto che era un po' una provocazione per dire come vengono utilizzati i principi morali.

 

Giuliana:

Come è strano quello che uno coglie dagli stessi testi, quello che io ho colto dalla lettura dei libri di Alice Miller è essenzialmente la costruttività; è più quello che mi ha costruito di quello che mi ha distrutto, tanto è vero che quando sentivo questa critica, anche dopo aver letto il testo di Giovanna, questa critica all’educazione, io mi dicevo: ”Come mai si pensa che Alice Miller abbia demolito l’idea di educazione? Sì, ha demolito un’idea di educazione, ma un’idea di educazione che avevano già demolito tutti; i pedagogisti che ho studiato io alla scuola magistrale, o meglio la mia insegnante di pedagogia, era quella che metteva l’accento sul significato etimologico di educazione e che ci diceva che educazione non significa plasmare qualcuno dall’esterno, ma educazione significa “e-duco, dal latino, traggo fuori” e quindi devo fare attenzione, nella mia opera di educatrice, a coltivare quello che c’è nella persona e aver  cura di coltivarlo e farlo crescere, nel rispetto di quello che c’è .

 

Carla:

Peraltro in questo concetto di educazione che alcune figure particolarmente illuminate andavano raccontando in giro, mancava completamente  la partecipazione della propria soggettività, per cui a parole  educare significa tirar fuori, nei fatti no.

 

Giuliana:

E’ pur anche vero però che nei famosi programmi ministeriali del 1955 c’era una famosa frase, che poi era citata nei programmi successivi con disprezzo, che definiva il fanciullo “tutto spontaneità, fantasia e sentimento”. Mi ricordo che quando, nel 1975, spezzavo le mie brave lance contro il nozionismo, mi son trovata tutti i genitori contro. Mi sono presentata con i programmi allora in vigore ed ho letto quei passi dove si dicevano queste cose; le cose nei programmi stavano scritte, che poi alle maestre, ai genitori abbia fatto comodo non tenerne conto è un altro discorso. Forse ha ragione Alice Miller perchè le parole, quello  di cui siamo convinti intellettualmente, sono una cosa, quello che emotivamente poi facciamo a scuola è un’altra.

 

Teresa, mamma:

Io premetto che conosco poco Alice Miller, più che altro la conosco indirettamente per averne sentito parlare e ricollegandomi al discorso che stavi facendo prima sul come il genitore può insegnare i limiti, mi domandavo però prima della fase del linguaggio come questo può avvenire. Quello che dici tu  mi sembra più facilmente applicabile quando è possibile una espressività verbale del bambino, peraltro ho anche presente il problema che riferivi tu dei bambini che vanno alla scuola materna e riferiscono poco. Credo che sia un problema anche di non completa padronanza del linguaggio per cui il bambino rimane frustrato, credo, nel cercare di riferire un qualcosa che l’adulto non riesce a capire, almeno io ho questo problema con mio figlio che ha tre anni. Mi accorgo che quando io gli chiedo lui magari mi dice delle cose, che purtroppo io non riesco sempre a decodificare non avendo vissuto direttamente la sua esperienza e quindi non riuscendo a capire quello che può averlo colpito di più, perchè non sono più in grado di ricostruire, non essendo stata lì.

Come il genitore può cercare di favorire questa interiorizzazione dei limiti quando ancora il bambino non può usare correttamente il linguaggio?

 

Valeria:

Volevo riportare una mia esperienza, un mio ricordo dell’asilo, in cui io volevo scrivere il mio nome con delle lettere magnetiche, volevo giocare con questo gioco che era stato presentato ai miei genitori insieme ad altri giochi ( al momento dell’inserimento). Quest’insegnante invece non mi ha capito e si è ostinata a farmi scrivere con  la biro su un foglio di carta il mio nome. Non mi capiva, eppure io penso che fosse possibile capire, tanto è vero che sono andata a casa arrabbiatissima, l’ho raccontato a mia mamma e mi ha capita subito, e quindi mi è venuto il dubbio che forse (quell’insegnante)  non aveva voglia di mettersi lì a capire. Penso che ci si possa spiegare, anche quando si è piccoli.

 

Carla:

Io vorrei esprimere un dubbio sul riconoscimento dei propri bisogni  che si collega poi alla questione, quando si entra in relazione con un altro, con un bambino, di porre anche dei confini, dei limiti. Mi chiedevo questo: la percezione che  abbiamo dei nostri bisogni, talvolta, è una percezione sballata; noi sentiamo di avere determinati bisogni, quando in realtà questo bisogno maschera un altro bisogno di cui non siamo consapevoli e quindi può capitare, nell’ascolto dei propri bisogni,  di restare molto confusi dire: ”Ma sarà un vero bisogno o sarà un bisogno fasullo”?

 

Claudio Foti:

Il discorso che ho fatto io non rappresenta di certo una ricetta facile, ed il tuo intervento ci permette di constatare quanto non possiamo rifugiarci in facili formulette: “rispetto del sè dell’ adulto”, “rispetto dei propri bisogni”, se voi parlate con un pedofilo lui pensa  che  il suo bisogno sia quello di sessualizzare perchè attraverso la sessualizzazione tiene in piedi l’integrità di se stesso, ha bisogno di agire delle forme di dominio erotizzato sul bambino .

noi abbiamo tentato nel fascicolo azzurro: “, Bisogni degli adulti, bisogni dei bambini2,  ------intervento che abbiamo curato io e Anna di distinguere bisogni del Sé sano  e bisogni del Sé frammentato, cioè evidentemente l’adulto nel proprio atteggiamento relazionale verso il bambino- atteggiamento che  possiamo chiamare anche educativo, che la Miller non chiamerebbe educativo, perchè ha una concezione ristretta del concetto  di educazione, ma chiamiamolo atteggiamento relazionale- ogni adulto deve stabilire  un comportamento relazionale coerente, che segua certi criteri, con il bambino- se poi non lo chiamiamo educazione è comunque pur sempre un atteggiamento relazionale comportamentale. Allora in quest’atteggiamento il discorso che facevo prima deve essere  specificato nel senso che l’adulto deve riferirsi ai bisogni del Sè sano: E’ bisogno del Sé sano quello di andare a dormire a una certa ora  e quindi stabilire delle regole che possano tutelare questo bisogno, però il campo è molto opinabile, perchè l’adulto può dire:”Io ho bisogno di vedere il telegiornale tutte le sere”, ma evidentemente in questa maniera rischia di cancellare  un bisogno fondamentale di dialogo del bambino  e ipostatizzare, esaltare un proprio bisogno soggettivo, quindi è chiaro che c’è tutta una verifica da compiere, no è facile  ed è anche difficile stabilire un discorso generalizzato, valido per tutti. Si tratta , all’interno di un percorso di maturazione dell’adulto, di individuare quelli che sono i parametri, i bisogni fondamentali che devono essere tenuti  come punto di riferimento. Sicuramente,  però, diciamo che il discorso della Miller non è un discorso colpevolizzante verso l’adulto, è un discorso che dice all’adulto:”Recupera la tua vita emotiva, riappropriati della tua infanzia, mettiti in marcia per ascoltare te stesso, accorgiti quanto è difficile sentire! “.

Occorre anche accorgersi degli ostacoli al nostro sentire - noi lo vediamo nei gruppi quando facciamo esercizi di consapevolezza sul qui e ora e verifichiamo quanto è difficile prendere contatto con ciò che si sta sentendo e razionalizziamo  e fuggiamo dal compito che ci viene assegnato di comunicare  ciò che abbiamo provato qui e ora, quanto questa desensibilizzazione sia andata avanti. Comunque mi pare di dover sottolineare come il discorso che possiamo evidenziare nella Miller sia un discorso all’adulto per riappropriarsi  della propria infanzia, riappropriarsi di se stesso, e non certo quello di  iniziare a cospargersi in maniera improduttiva il capo di cenere, operazione che non è trasformativa, non produce un cambiamento, nè nel rapporto con se stessi,nè nel rapporto con l’altro. Occorre invece iniziare a cambiare se stesso, quindi in qualche modo scoprire la dimensione del sentire, del ricordare, perchè non basta il sentirsi nel qui e ora  se non ci sono anche i ricordi del passato.

Si poi  tratta che l’adulto definisca un proprio patrimonio di bisogni , ma questo è un cammino di maturazione che non può essere  definito in un seminario, che ogni individuo deve scegliere coraggiosamente, dandosi del tempo- prima di dare del tempo ai bambini bisogna dare  del tempo a se stessi, darsi del tempo per gli esercizi di consapevolezza sul sentire, darsi del tempo per ricordare, trovare degli strumenti per dare importanza alla propria vita emotiva.

Volevo fare ancora un discorso importante  sul problema della trasmissione intergenerazionale che ha toccato in particolare l’intervento di Anna. Volevo, per esemplificare in modo più concreto, portare un’esperienza clinica che mi sta anche angosciando. Riguarda un adolescente che ha una storia particolare, travagliata. Ha sedici anni, è molto intelligente,  viene da un ambiente culturale molto vivo e ha una struttura di personalità che verrebbe diagnosticata “borderline”., un caso confine tra la nevrosi e la psicosi. Entra in uno stato di  grossa confusione mentale a seguito della morte del padre. Ha seguito tutta l’agonia ed è entrato in una forte crisi in seguito alla morte del padre.

La madre è una persona molto intelligente, un’intellettuale, dice di aver fatto dodici anni di analisi, ma secondo me non è vero, ha fatto un lavoro gestaltico che è rimasto agli esercizi di consapevolezza sul qui e ora, ma non ha fatto i conti con la rimozione dell’infanzia. E’ una donna sicuramente molto preparata dal punto di vista culturale, che ha saputo affrontare nella propria vita un handicap fisico di grosse proporzioni.

Questo ragazzo, che chiamo Andrea, nei colloqui ha  portato la propria difficoltà ad accettare di soffrire, cioè ha conosciuto questa crisi ma veniva fuori la difficoltà a legittimare il proprio diritto a stare male. Venivano fuori dei discorsi, che nascono dal suo ambiente- è uno anche che frequenta persone di una certa importanza  culturale, in particolare un noto sindacalista di formazione cattolica- ambiente  da cui ha tratto stimoli di questo tipo:”Che diritto ho io di soffrire? Ci sono persone che stanno male. Nel Medioevo questo era un lusso, la gente doveva confrontarsi con le dure esigenze della sopravvivenza. Questi giovani  del berlusconismo la  cui unica preoccupazione è quella di trovare le centomila lire per acquistare un nuovo maglione.”. Tutte razionalizzazioni che impedivano di prendere contatto con la legittimità di una crisi dovuta a una storia terribile. In più veniva fuori da parte della madre una fretta:” Sì, d’accordo, tuo padre è morto, però adesso rimettiti in carreggiata, adesso è il momento di studiare. Capisco, però è vero anche che tu ci marci un po' sopra”.

Una difficoltà da parte della madre di accettare la sofferenza, con il rischio poi di cancellare la sofferenza  e la sofferenza negata finisce poi per prendersi la sua rivincita, la sua vendetta e creare ancora più crisi, ancor più confusione in questo ragazzo. E’ emerso poi un modello di personalità proprio basato sulla negazione, e viene  fuori dai suoi ricordi come lui è sempre teso a fare il ragazzo gioviale, spontaneo, aperto, di sinistra, imparando fin da bambino a combattere i propri sentimenti. Ricorda ad esempio una situazione in cui il padre era in carcere  e lui raccontava che era in montagna. Sin da bambino aveva imparato a presentarsi con i suoi sentimenti migliori- effettivamente poi sviluppati- di spigliatezza, di capacità sociale , ma sempre non dando diritto di cittadinanza alla parte sofferente, alla parte debole.

Il padre  andava in carcere e lui ricorda delle percezioni come di combattimento di questi sentimenti tra sé e Sè. Perchè ne parlo a proposito del seminario di Alice Miller? Perchè la madre è una donna disponibile, dice di aver fatto dodici anni di analisi, ha accettato di riprendere dei colloqui con me, anche se in maniera non terapeutica, si dichiara disponibile. Io ho cercato  a lungo di farle capire come i messaggi verso Andrea, basati sull’appello alla volontà, rischiano di essere devastanti, controproducenti, che fanno aumentare in Andrea la mancanza di accettazione della propria sofferenza, la mancanza di accettazione di se stesso, e quindi delle  fantasie di suicidio-non mi accetto e quindi non posso tollerare di essere così,- e quindi aumenta anche il rischio di un passaggio all’atto suicidiario e di una reazione rabbiosa verso la madre che si ribalta contro il Sé.

Ho cercato a lungo di far notare alla madre il proprio razionalismo, la propria tendenza a produrre un modello basato sul controllo della vita emotiva e curiosamente la madre, per tutta una fase, non si capacitava delle mie indicazioni, è emerso poi un ricordo sconvolgente, di questa donna, che fa capire tutto, e in questo senso lo porto come esempio di trasmissione intergenerazionale in relazione alle tesi della Miller. Questa donna,  che ha avuto un grosso handicap, dai quattro ai dieci anni è stata in un istituto di suore. Aveva una forma di T.B.C. ossea che la costringeva all’immobilità. L’ambiente di questo istituto religioso era l’opposto di un ambiente empatico, era una comunità dittatoriale come spesso- non sempre- sono le comunità delle suore, dove il valore evidenziato era quello del controllo, cioè  i bambini dovevano stare fermi, non disturbare, non esprimere lamentele fisiche ,ma soprattutto lamentele psichiche. Erano premiati se stavano immobili, se riuscivano a non disturbare, se riuscivano a non esprimere con il pianto  e con altre modalità la presenza dentro di loro di sentimenti che chiedevano di essere ascoltati. Io non ho approfondito tutto questo, ma mi son reso conto che questa donna, in dodici anni di lavoro gestaltico-la Gestalt è una cosa molto interessante ma, ho imparato, anche molto pericolosa, perchè illusiva. Non so se conoscete queste esperienze in cui si fanno giochi di movimento, cose che facciamo anche noi, ma senza la pretesa di esaurire  un percorso di conoscenza in questa maniera, mentre talvolta vengono portate avanti esperienze che siesuriscono a un allenamento alla percezione di sè.; cosa lodevole, ma non può essere spacciata per un riattraversamento  analitico del passato. Alice Miller è una psicoanalista, anche se lei poi ha rinnegato tutto questo, e il discorso analitico rimane fondamentale; lei riprende tesi di psicoanalisti come Ferenczi, non inventa niente, non è  farina del suo sacco. Le cose più interessanti le dice in una cornice analitica. Torno alla madre di Andrea. Mi son reso conto che questa donna, nel proprio lavoro di dodici anni, non ha espresso tutta la rabbia e la sofferenza di una bambina che è da sola  in un ospedale, con delle suore che chissà che cosa le hanno fatto, e che si abitua ad esercitare un addestramento a dominare  i propri bisogni. Quando poi diventa la madre di Andrea non può ovviamente tollerare che il figlio possa lasciarsi  andare ad una crisi, che il figlio possa permettersi il lusso di vivere la sofferenza perchè uno psicoanalista si schiera come avvocato difensore dalla parte del suo diritto di soffrire, di essere arrabbiato, di ricordare tutto ciò che ha provato, con un padre tossicodipendente che si faceva le pere davanti a lui fin da quando (Andrea) aveva sei anni e la madre  faceva di tutto per non accorgersene. Uno psicoanalista che si schiera dalla parte del suo diritto a vivere  una crisi senza dei tempi a scadenza come vorrebbe la madre. La madre   vorrebbe che la crisi a priori passasse in tre settimane, in tre mesi, in tre anni. Il diritto a vivere una crisi è fondato sui sentimenti, non ci può essere un termine cronologico stabilito dall’esterno. E’interessante notare come  la mancanza di riattraversamento autentico della sofferenza ha prodotto un modello di dominio delle emozioni che viene riprodotto su questo ragazzo. Attualmente la situazione di impasse è data dal fatto che la madre non riesce ad empatizzare  fino in fondo, accetta certe indicazioni fintanto che è nel colloquio con me, ma poi va a casa e se il ragazzo ha un momento di crisi mostra insofferenza. Tutti questi messaggi vengono poi assorbiti dal ragazzo, perchè sono una madre interna che fa parte della sua identità, e quindi producono un circolo vizioso che non si riesce a modificare. Sostanzialmente  l’esempio che mi viene è quello di una persona che  si trova in uno stato di malattia, però ha già fatto tutto quel che poteva fare:é già andato dal medico, ha già preso l’aspirina, adesso bisogna aspettare che la febbre passi. Cosa si fa di fronte  a un figlio che ha già fatto tutto quel che doveva fare? Si cerca di fargli le coccole, si cerca  di stargli vicino, di fargli un po’ di coraggio , invece per questa donna è come se il figlio avesse fatto tutto quel che poteva fare, ma lei continuasse a non essere contenta:”sì, ma adesso dovresti darti più da fare per farti passare l’influenza!”. Che effetto un messaggio di questo genere nella similitudine che porto? Evidentemente invece di velocizzare i tempi della guarigione, si allungano, perchè invece di consentire a quel ragazzo di starsene un po’ tranquillo e far sì che l’aspirina faccia il suo corso  si introduce inutilmente un motivo di tensione. Mi fermo perchè mi interessava non dimenticare la questione della trasmissione intergenerazionale che mi pare un nodo fondamentale del pensiero di questa autrice.

 

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